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 2018  dicembre 03 Lunedì calendario

Il caporalato in giacca e cravatta

Mario, Antonella e Paolo lavorano dal 2002 in un ristorante storico del centro di Bologna. Tagliatelle al ragù, gramigna con salsiccia, tortellini in brodo e uno stipendio di circa 1500 euro al mese. 
«Con il titolare abbiamo avuto sempre un rapporto eccellente, ma dalla primavera scorsa siamo diventati dipendenti di un’altra società. Anzi, di una cooperativa. Tutto senza saperlo, senza immaginare che praticamente siamo stati venduti. Anzi, svenduti. Messi all’asta, quasi come schiavi». All’ombra del grande dibattito sul jobs act e sul decreto dignità, tra ammortizzatori sociali che si riducono e contratti a termine che non si rinnovano, si è arricchito il mercato parallelo dei lavoratori. Gli uffici di collocamento, le agenzie interinali, i colloqui e tutto quello che ruota intorno alle classiche procedure di assunzione, in questo caso non c’entrano nulla. Perché tutto è clandestino e chiaramente illegale. 
A farne le spese sono proprio i dipendenti, che si ritrovano di fronte al ricatto di cambiare datore di lavoro per continuare a svolgere le stesse mansioni e avere lo stesso stipendio o che neppure vengono informati di quello che sta accadendo alle loro spalle. La regia di questa nuova forma di caporalato, che gli specialisti chiamano «outsourcing», è curata da una rete di società pirata che propongono il grande affare ai titolari delle piccole e medie imprese, la vera colonna portante dell’economia italiana. 
Stesso personale a costi fissi
Il giochetto è semplice e assomiglia molto al metodo dell’appalto: «Queste aziende, che spesso sono cooperative, offrono ai titolari delle imprese un accordo che inizialmente assomiglia a un affare - spiega Danilo Papa, direttore centrale del Servizio vigilanza dell’Ispettorato del lavoro -. Spendere una cifra fissa, e ovviamente ridotta, per avere lo stesso personale e lo stesso servizio. Come? Facile: licenziando i dipendenti storici e facendoli transitare nell’organico della coop. Il vantaggio, per i datori di lavoro, è quello di ridurre le spese del proprio organico, ma in ballo ci sono anche molti rischi. E danni, soprattutto per chi inconsapevolmente continua a svolgere lo stesso incarico, anche se a condizioni radicalmente differenti». 
Esattamente come è successo ai camerieri del ristorante di Bologna, il titolare dell’impresa licenzia tutti pur senza dichiarare la crisi e tenendo sempre sollevata la sua serranda. Da un giorno all’altro, come per magia, si libera dei propri dipendenti, paga una cifra concordata per la manodopera e assicura ai clienti sempre lo stesso servizio. Con un’operazione apparentemente priva di pericoli, non deve più occuparsi degli oneri previdenziali e neanche di pagare tutte le tasse che, come denunciano da anni gli imprenditori, rendono insostenibile il costo del lavoro. Ecco, il metodo per risparmiare è servito. «Ho capito che era tutto un inganno quando sono arrivati qui gli ispettori - confessa Antonio Gamberini, il titolare della locanda bolognese -. Non immaginavo che nei mesi in cui avevo ceduto i miei dipendenti alla cooperativa nessuno avesse versato i contributi previdenziali e così mi sono ritrovato a dover pagare tutto l’arretrato. Oltre alla sanzioni. Alla fine, questa operazione apparentemente vantaggiosa mi è costata quasi 400 mila euro. Sono stato raggirato, ma ho deciso di andare avanti: ho riassunto tutti e ricominciato l’attività di sempre, con la fortuna che i clienti non ci mancano». 
L’entità del raggiro 
I lavoratori italiani svenduti, tra gennaio e ottobre, sono stati quasi 10 mila. Tanti almeno sono quelli che sono stati scovati nel corso dei controlli, ma è vero che gli affari dei nuovi caporali si arricchiscono continuamente, con numeri più preoccupanti proprio in quelle zone in cui la crisi economica si fa sentire un po’ meno. Cioè tra Veneto, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Lombardia. «Gli imprenditori che accettano questa proposta vengono allettati dall’opportunità di risparmiare fino al 40 % sul costo del personale - sottolinea il direttore degli ispettori del lavoro - Chi si trova di fronte a un’offerta di questo genere dovrebbe porsi una domanda semplice: come è possibile ridurre così drasticamente tutti gli oneri? Ecco la risposta: chi si propone di riassumere i dipendenti delle imprese non fa altro che applicare un contratto diverso, ovviamente a svantaggio dei lavoratori. In più non versa quasi mai i contributi e riduce la copertura assicurativa». 
Il fenomeno si allarga da due anni e le verifiche sono diventate più frequenti. Ma ancora insufficienti per fermare questo gigantesco raggiro ai danni di operai, impiegati, camerieri, fattorini, magazzinieri, noleggiatori, operatori sociali, meccanici, addetti alle vendite. «Di fatto è una distorsione del mercato - riflette Eugenio Annicchiarico, direttore dell’Ispettorato del lavoro di Cagliari - I risparmi sul personale vengono accumulati illecitamente e rappresentano il principale guadagno di chi propone queste operazioni agli imprenditori. Un metodo illegale da ogni punto di vista: procura danno contributivo ai dipendenti ed è pure un appalto di servizi totalmente irregolare». 
Le sanzioni a raffica 
Per gli ispettori, che nel 2018 hanno fatto scattare già 8 mila denunce, con sanzioni a molti zeri, la violazione principale si chiama «interposizione illecita» ma spesso a questa accusa si aggiungono anche quelle di truffa e di caporalato. 
«A pagarne tutte le conseguenze, quando si scopre il raggiro, sono prima di tutto i titolari delle aziende - puntualizzano gli 007 della vigilanza - Un imprenditore, infatti, si è ritrovato a pagare sanzioni per un totale di 60 milioni di euro. Per questo è bene che non si facciano illudere da queste offerte di falsi risparmi. Molte procure, nel frattempo, hanno indagato i rappresentanti di queste società pirata anche con l’accusa di truffa, perché spesso gli imprenditori che accettano l’offerta vengono letteralmente raggirati». La proposta, in effetti, è ben presentata. E da qualche tempo arricchita anche da un altro falso: i contratti certificati. 
«Questo ha una doppia finalità, far credere ai titolari delle imprese che il contatto per la somministrazione di manodopera sia stato certificato e sia quindi privo di rischi, ma anche quello di trarre in inganno gli ispettori. In realtà quelle che vengono presentate sono solo certificazioni fasulle, anzi nulle, perché non rilasciate da uno dei pochi enti autorizzati dal Ministero». Non tutti comunque ci sono cascati. Angelo Colantonio, titolare di un supermercato romano, ha sentito subito puzza di bruciato e chiesto aiuto al commercialista prima di firmare. 
«Mi è sembrato strano che questi signori facessero la magia di ridurre i costi. Per anni i nostri consulenti hanno fatto piani di risparmio e noi li abbiamo seguiti con scrupolo, ma non siamo mai arrivati a tagliare le spese del 35%. Troppo bello per essere vero e infatti si è capito subito dove stava l’inganno». I 12 dipendenti del discount dell’Eur sono al sicuro, ma le offerte - che spesso arrivano da società con sede all’estero e quindi più difficili da punire - sembrano davvero speciali e imperdibili. E per questo i consulenti del lavoro hanno iniziato una campagna informativa tra i loro clienti: «Di fatto siamo impegnati a promuovere la cultura della legalità - fanno sapere dal Consiglio nazionale - Dopo le nostre denunce è nato anche un “Osservatorio nazionale per la legalità” che mira a contrastare le pratiche irregolari e il sommerso ma anche a sensibilizzare aziende, lavoratori ed operatori sulle criticità derivanti da appalti irregolari, somministrazione ed intermediazione illecite, fenomeni di caporalato e utilizzo distorto delle cooperative, che causano dumping contrattuale e sociale». 
Ma anche la crisi chi di poi si ritrova a pagare le sanzioni. Come è successo al titolare di un’officina meccanica della provincia di Venezia: dopo l’illusione di ridurre le spese ha dovuto sborsare mezzo milione per gli arretrati. E i sei dipendenti? Prima svenduti e infine licenziati.