la Repubblica, 3 dicembre 2018
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Biografia di Modric
Il figlio della guerra si è arrampicato fino al Pallone d’oro. E ora c’è la curiosità di vedere se stasera nel momento di riceverlo, all’apice della sua traiettoria, saprà abbandonare quello sguardo spaesato, persino impaurito, che lo ha spesso accompagnato nel suo accidentato ma vincente percorso, per allargarsi finalmente in un sereno sorriso. Se riuscirà a dimenticare, almeno per un attimo, le ferite che lo hanno scorticato dentro, tramutando però in forza la sua vulnerabilità. Luka Modric è nato pastore nel 1985 in quella Krajina croata, allora Jugoslavia, che si preparava al conflitto. La sua prima immagine conosciuta è in un video-reportage sulle aree rurali del documentarista Pavle Balenovic che lo ritrae a 5 anni mentre conduce un gruppo di capre sotto gli occhi di un branco di lupi, tra le pietraie dei monti Velebit. Tiene in mano un minuscolo bastone, è avvolto in un cappotto violaceo di due taglie più grande, i capelli di quel giallo che gli stadi del mondo impareranno a conoscere. Lassù d’inverno si affonda nella neve, d’estate si cuoce sulle pietre, non c’è vegetazione, la bora impedisce che cresca. Luka abita in un villaggio di quindici case che porta il nome della sua famiglia, Modrici, nell’entroterra di Zara dove, scherzano i conoscenti, «possono sopravvivere solo loro e il luppolo». Il padre Stipe è cantoniere, si occupa della manutenzione della strada che congiunge la Dalmazia all’impervia regione della Lika. Mamma Radojka è operaia e sindacalista in un’industria tessile. Quando nel 1991 le truppe serbe avanzano in quella terra desolata per aprirsi lo sbocco al mare, Stipe è già diventato “branitelj” (difensore), si è arruolato nell’esercito croato. Gli aggressori trovano nonno Luka, stesso nome del nipote, con un fucile in mano e subito lo dichiarano nemico in armi. Dirà il futuro campione: «In realtà stava solo cacciando. Era l’unico uomo rimasto e doveva provvedere al nostro sostentamento». Da lontano assiste all’esecuzione sommaria del patriarca, poi al rogo della sua casa. Ai cinque membri della famiglia Modric (ci sono anche due figlie) non resta che la fuga, tra dirupi, gole, boschi, verso Zara. La città non è un luogo sicuro, i serbi la bombardano dalle alture, ma almeno si è tra amici. Trovano rifugio, come altri profughi, nell’hotel Kolovare. Luka ha portato con sé solo un pallone con cui si esercita nei corridoi, nella hall, nel parcheggio antistante l’albergo. Per i vetri è un flagello «peggiore delle granate serbe», nel ricordo dei camerieri. Che pure riconoscono in quel bambino gracile, emaciato, minuto, un potenziale talento. Tanto da segnalarlo al direttore tecnico dell’Nk Zadar Josip Bajlo: «Vieni a vedere come palleggia un profugo arrivato da noi». Bajlo commenterà più tardi: «Era così gracile che sembrava un miracolo stesse in piedi, eppure nessuno riusciva a prenderlo, a buttarlo giù. Sembrava avere gli occhi anche nella nuca». Coincidenza vuole che il padre Stipe trovi un lavoro come meccanico dell’esercito proprio vicino allo stadio, gli è comodo portare il figlio al campo. Soldi non ce ne sono e gli fabbrica artigianalmente parastinchi di legno per proteggere le fragili gambe. Il primo allenatore Davorin Matosevic: «Luka arrivò da noi nel 1992. Era debole, emaciato, sembrava non crescere mai. Era completamente a digiuno di calcio ma aveva un incredibile tocco di palla, morbido, precisissimo». L’anno dopo finisce sotto le cure di Miograd Paunovic, ex atleta di discreta carriera, che ancora oggi va fiero del suo vaticinio: «Gli pronosticai un futuro nel Real Madrid o nel Barcellona. Non mi sono sbagliato. Già da fanciullo aveva una incredibile determinazione al servizio di un innegabile talento. Non ha mai saltato un allenamento. E voglio smentire un luogo comune. Benché fuori fosse taciturno e riservato, negli spogliatoi coi compagni era gioviale e allegro». Il vero mentore, però, si chiama Tomislav Basic (a lui Modric dedicherà la prima delle quattro Champions vinte), responsabile del settore giovanile, che lo instrada verso il team di riferimento della costa est adriatica, l’Hajduk Spalato. «Ma chiosa Zdracko Reic, il cantore più apprezzato dello sport croato – i grandi esperti dell’Hajduk lo bocciarono solo guardandolo perché è piccolo e sembra fragile. Siccome anche il padre non è granché alto, decisero che la genetica non è stata generosa con la famiglia». È il retaggio di un pregiudizio corrente se la dorsale che segue le Alpi Dinariche è feconda di uomini grandi e grossi che eccellono negli sport. Un “nano” (diventerà “solo” 1,74, poco per gli standard del luogo) non è contemplato come eroe degli stadi. Basic non si arrende. Preclusa la via di Spalato volge lo sguardo verso la capitale, Zagabria, la Dinamo. Spalleggiato da quello Zdravko Mamic, padre-padrone del calcio croato finito sotto inchiesta per essersi messo in tasca soldi dei club nella compravendita dei giocatori (condannato a 6 anni e mezzo è latitante a Medjugorje in Erzegovina). Ancora minorenne, Luka prende la via della capitale, Mamic lo sostiene nei primi anni pagando per lui l’appartamento, l’automobile, la casa dei genitori. In cambio di un contratto per cui Luka gli devolverà il 20% dei suoi guadagni fino alla fine della carriera (testimone al processo, il fuoriclasse prima confermerà l’esistenza di quella clausola-capestro, salvo ritrattare tra lo sconcerto dei fan). Nemmeno a Zagabria però riconoscono le sue potenzialità. Lo mandano in prestito allo Zrinjski Mostar, altra palestra del percorso di formazione. La squadra si salva all’ultima giornata: «Rimane uno dei più grandi successi della mia carriera. Giocare nel campionato della Bosnia-Erzegovina è difficile, se si supera la prova si può andare dovunque. Sputi, insulti, nessuna tutela. E calci tanti calci, ma se mi lamentavo con l’arbitro mi sentivo rispondere, taci feccia di un croato». Dopo un altro prestito all’Inter Zapresic, eccolo, ventenne alla Dinamo per inaugurare la serie di successi da almanacchi del calcio in patria, in Inghilterra e in Spagna. Alla Dinamo trova anche l’amore. Lei è Vanja Bosnic, figlia del ragioniere del club. Diventerà il suo procuratore e gli darà tre figli, Ivano, Ema e Sofia. Per quando la carriera sarà finita, Luka si è già costruito il buen retiro a Zara, una villetta da 180 metri quadri. Gli hanno chiesto perché così piccola: «Siamo solo in cinque. Se fosse più grande alcune stanze resterebbero vuote». Come Benigni agli Oscar, forse anche lui stasera, ricevendo il corrispettivo dell’Oscar per il calcio, ringrazierà i genitori per avergli fatto «il dono della povertà». Era debole, emaciato, non cresceva mai. Era a digiuno di calcio, ma aveva un incredibile tocco di palla, morbido, precisissimo