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 2018  dicembre 01 Sabato calendario

Cronaca della rapida caduta di Macron

Non è mai stato un presidente davvero popolare. Emmanuel Macron è arrivato all’Eliseo già circondato di un’immagine appannata da un po’ di arroganza, alcune gaffes e qualche piccolo scandalo, anche se la ventata di novità che ha portato nella vita politica francese e la vittoria su Marine Le Pen hanno alimentato a lungo l’immagine che lui ama proporre di sé: il presidente-filosofo (è stato assistente editoriale di Paul Ricoeur), Giove all’Eliseo, il giovane erede di Napoleone Bonaparte e Charles de Gaulle.
Un ampio consenso elettorale 
I voti che Macron riceve al secondo turno delle presidenziali non sono pochi. Il 43% di aventi diritto che vota per lui (e che corrisponde al 66% dei votanti) non sono il 62% che ottenne Jacques Chirac quando il suo avversario era Jean-Marie Le Pen, ma è superiore alle percentuali ottenute da Sarkozy, Hollande, e lo stesso Chirac al suo primo mandato. Quasi uguali a quelle che avevano premiato François Mitterrand. I sondaggi di opinione, però, non rivelano un grande consenso: il primissimo, a maggio 2017, segnala anzi una leggera prevalenza di persone che lo disapprovano (46% contro il 45%). Sarkozy e persino Hollande avevano iniziato meglio, solo Chirac era meno amato.
Le Macronades 
La primissima fase vede comunque una tenuta dei consensi. Poi cominciano a pesare le Macronades (o, in tono più dispregiativo, le Macroneries): le gaffes del presidente. Un solo esempio: il 2 luglio, all’inaugurazione di Station F, il campus di start up di Parigi che ha sede nell’ex magazzino merci della Gare d’Austerlitz, dichiara che «una stazione è un luogo dove si incontrano coloro che hanno successo e coloro che non sono niente».
Non è proprio una gaffe. Al presidente piace, elitariamente, premiare i «primi della cordata». Una cosa è però lodare e incentivare chi apre nuove vie, un’altra cosa è disprezzare chi è dietro. A luglio si assiste anche alla prima crisi istituzionale: Macron rimprovera pubblicamente, senza nominarlo, il capo delle forze armate Pierre de Villiers che, messo di fronte ai tagli alle spese militari, aveva dichiarato: «Non mi lascerò fottere (baiser, in francese, ndr) così». Villiers si dimette, scatenando le polemiche. I suoi consensi calano fino al 30% in un sondaggio You.gov di agosto.
Poi, da settembre, e inaspettatamente, le quotazioni di Macron aumentano. I sondaggisti sono sorpresi: non è mai accaduta una ripresa così decisa. In questa fase Macron vara le sue prime riforme e nel discorso della Sorbona a settembre riesce – unico leader del Vecchio continente – a proiettare il tradizionale nazionalismo del Paese in uno scenario europeo ed europeista. A dicembre, un sondaggio gli accredita un 54% ma anche il più severo YouGov gli attribuisce un 41%.
Cala il potere d’acquisto 
A gennaio 2018, una nuova inversione di marcia. Scatta l’aumento delle Contributions Sociales Généraliseés, imposte destinate a finanziare i servizi sociali. Per i pensionati, in particolare, passano dal 6,6% all’8,3%, con una perdita del potere d’acquisto: è proprio questo il tema dominante nel dibattito pubblico (aumentano pure le accise sui carburanti). Pesa anche la rinuncia a costruire l’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes – politicamente l’equivalente dell’italiana Tav – nel Nordovest, considerata come un cedimento ai manifestanti.
Il consenso cala – ancora una volta nei sondaggi YouGov – fino al 32%. In primavera, la tenacia del governo nei confronti dello sciopero degli cheminots, i ferrovieri, vale a Macron un timido recupero dei consensi. Il dissenso torna però ad accelerare a luglio con lo scandalo del consigliere per la sicurezza (ora ex) Alexandre Benalla scoperto a picchiare alcuni manifestanti. La vicenda accende la luce sull’entourage del presidente: il prefetto di Parigi, Michel Delpuech, parla di «derive individuali inaccettabili, in un retroterra di favoritismi malsani».
Si dimettono Hulot e Collomb 
Da agosto, è uno scossone dopo l’altro. Il ministro della Transizione ecologica Nicolas Hulot – da sempre più popolare di Macron – dà improvvisamente le dimissioni dopo aver subito rinvii, compromessi e frenate nella sua politica. Il 4 settembre lascia la ministra dello Sport Laura Flessel, forse per prevenire uno scandalo fiscale, e il 3 ottobre va via, in anticipo rispetto ai programmi, il ministro dell’Interno Gérard Collomb che preferisce diventare sindaco di Lione. Ad agosto il consenso per Macron scivola fino al 23%, e passa al 21% a fine ottobre.
Un presidente aristocratico 
Ora Macron, dopo aver subito le proteste dei Gilet Jaunes, sembra aver capito. Adesso parla di un «nuovo contratto sociale» e si è reso conto che in tutte le democrazie occidentali c’è un problema di fiducia complessivo verso le élites. La sua cultura politica, la funzione che ha deciso di svolgere in Francia e le sue scelte concrete hanno però sempre puntato a un irrigidimento e un rafforzamento del ruolo delle aristocrazie francesi. Non è chiaro quindi se riuscirà a convincere la Francia, dove soffia forte sia il vento del populismo sia quello dell’égalité, che i suoi sforzi saranno sinceri.