Corriere della Sera, 1 dicembre 2018
Intervista al capogruppo del M5s Francesco D’Uva sul caso dissidenti
Il presidente della Camera è passato all’opposizione? Il capogruppo del M5S Francesco D’Uva ride, ma subito torna serio: «No, la posizione di Roberto era nota. È stato bello che non abbia voluto influenzare il voto sul decreto Sicurezza».
Fico ha aspettato il sì, poi ha confermato che la sua assenza dall’aula era politica.
«Roberto sente il peso del suo ruolo. Questi grillini non sono barbari, sono molto rispettosi delle istituzioni che momentaneamente occupano. Nel M5S si discute, ci sono diverse sensibilità ed è una grande forza».
E la fronda che guarda a Fico?
«Ognuno ha le sue sensibilità, siamo cittadini prestati alla politica. Ma non ci sono fronde, né aree. Oggi si distinguono alcuni su un certo tema, domani si distingueranno altri su un altro tema».
Dissidenze variabili?
«Io il termine dissidente non lo condivido. Non mi va di marchiare chi la pensa diversamente. Roberto è una grande risorsa, per noi e per l’Italia».
Non è un problema per il governo, se da Montecitorio si alza la voce più forte contro le riforme di Salvini?
«Non sono d’accordo. Fico parla anche a nome dell’istituzione che rappresenta ed è giusto che lanci certi messaggi. È una figura terza, ma sul decreto ha voluto dare la propria preziosa opinione».
Lei la condivide?
«Su alcuni punti questo provvedimento lo avremmo scritto diversamente. Ma dobbiamo una risposta al Paese in tema di immigrazione. Si è mangiato troppo sulla pelle e sulle speranze dei migranti e questo business deve finire».
I deputati dissidenti saranno sanzionati?
«Trovo iniquo sanzionare colleghi che hanno votato la fiducia e poi sul voto finale si sono assentati. Ma ora basta, in futuro si cambia. Si potrà dibattere nel gruppo, poi però al voto si andrà compatti».
Compatti? Vi siete spaccati su tanti provvedimenti.
«Sulla Sicurezza noi eravamo presenti all’83%, mentre sull’Anticorruzione c’era il 78% dei leghisti. Ora abbassiamo i toni e concentriamoci sulla legge di Bilancio. Dopo anni di austerità avremo una manovra espansiva che, se tutto va bene, porterà l’Italia fuori dal baratro».
Se tutto va bene...
«Il secondo mandato vorrei finirlo con l’idea di aver fatto del bene al mio Paese».
Come pensa di fermare i deputati pronti a seguire Salvatore Caiata nel Misto?
«Si dice che ci sia questo timore? Nessuno mi sa fare un nome. Chi passasse ad altri gruppi perderebbe la faccia a casa propria. Io a Messina mi vergognerei».
Sul Global compact siete divisi. Arriverà mai in aula, anche se Salvini non vuole?
«C’è tempo da qui a marzo per andare in aula. L’idea di un accordo globale sulle migrazioni va bene, però alcuni passaggi ci lasciano perplessi e stiamo studiando».
La preoccupa il caso del lavoro nero nella ditta della famiglia Di Maio?
«Si spinge molto su una notizia quasi inesistente».
Di Maio padre sul «Corriere» ha ammesso gli errori.
«Cose pretestuose. Se la ditta si chiamava Brambilla non mandavano i droni. Ai giornalisti può capitare di scrivere in nero, o no?».
A molti italiani purtroppo capita, ma non fanno i ministri del Lavoro.
«Se un ministro lavorasse in nero mi preoccuperei. Ma Luigi ha chiarito tutto, non si è sottratto alle “Iene” e non ha approfittato del suo ruolo per aiutare il padre. Ci vedo un accanimento esagerato».