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 2018  dicembre 01 Sabato calendario

Panenka e quel mitico cucchiaio. Intervista

Le tribune sono deserte. La porta è vuota, il pallone sul dischetto sgonfio. Ma la carezza che lo fa planare in rete è identica a quella notte di giugno di 42 anni fa. Niente urlo con i pugni al cielo, l’esultanza è un sorriso sornione: «Non ho dimenticato come si calcia». A un passo dai 70 anni (li compie domani) Antonin Panenka rievoca il colpo che lo ha consegnato alla leggenda: il cucchiaio. Poco importa che sia nel quartiere Vršovice di Praga, nello stadio del Bohemians (5 mila posti) e non nella bolgia del Marakanà, per la finale degli Europei del ’76. La sua invenzione - no, «er cucchiaio» non è una creatura di Totti - è celebrato nei Paesi anglofoni e ispanici come «rigore alla Panenka». La firma di una rivoluzione incisa nella storia. Un marchio, come il salto di Fosbury o il gancio cielo di Jabbar. «Se avessi potuto brevettarlo, sarei miliardario», sorride Panenka, stesso baffo di allora ma argentato, scendendo dalla sua Skoda. «Mai stato un tipo da Ferrari. E poi guadagnavo poco più di un operaio».
Partiamo da qui. Com’era giocare a calcio nella Cecoslovacchia socialista?
«Un privilegio, perché non dovevamo lavorare. Ed eravamo famosi: potevamo saltare la coda per comprare arance o altri beni razionati. Ma lo stipendio era quasi quello di un manovale».
Almeno potevate uscire dalla Cortina di ferro.
«Ogni volta familiari e amici ci davano una lista di cose da comprare. In Cecoslovacchia non c’erano jeans e abiti colorati. All’estero ti sentivi libero, anche se gli agenti segreti ti controllavano ovunque». 
Poi arrivò la Primavera di Praga.
«Eravamo semplici giocatori, il calcio era il nostro unico pensiero e confine. Abitavo in centro a Praga, vedevo tank e soldati. Ma non mi sono mai fatto coinvolgere sul piano personale».
Oggi è presidente del Bohemians, il club in cui è cresciuto. Il calcio le piace anche dalla tribuna?
«Risposta complicata. La testa vorrebbe giocare, ma il corpo non le sta dietro. All’inizio ero teso e guardavo le partite da solo. Poi ho scoperto la gioia della condivisione con gli amici».
Che giocatore sarebbe Panenka nel 2018?
«Il mio stile non avrebbe molto successo. Il calcio è molto fisico, veloce e aggressivo. Io ero molto tecnico e creativo, il tackle non era il mio forte».
In chi si è rivisto?
«Tra gli italiani azzardo un paragone con Rivera e Antognoni. Forse anche Pirlo. Ma mi sento più vicino a Iniesta: io, però, cercavo la porta più di lui (102 gol in 144 presenze nel Bohemians, ndr)».
Per entrare nel mito si è inventato un rigore. Il rigore alla Panenka. In Italia lo chiamiamo “cucchiaio”.
«Al Bohemians dopo gli allenamenti sfidavo ai rigori Ivo Viktor, numero uno formidabile. Scommettevamo birre, cioccolato, a volte piccole somme. E perdevo spesso. Poi capii che il portiere si butta sempre, così non lo accusano di rimanere immobile. Lì ho pensato al colpo morbido al centro. Iniziai a ingrassare per le birre e il cioccolato vinti».
Non fu una follia usarlo nel rigore decisivo per gli Europei?
«Sapevo due mesi prima che lo avrei tirato così, tutta la squadra lo sapeva. Da due anni avevo iniziato a farlo: in campionato ne avevo segnati 29 su 30».
Era sicuro di non sbagliare?
«Al mille per cento. Se qualcuno mi svegliasse nel cuore della notte, oggi, sarei ancora pronto a segnare così». 
Come deve essere il “Panenka” perfetto?
«Devi convincere il portiere, con lo sguardo e il corpo, che colpirai potente. Poi freni d’improvviso la rincorsa e pizzichi il pallone da sotto».
Oggi è ancora efficace?
«Resta un’ottima tecnica. Ma in passato era più semplice, perché il portiere doveva stare fermo. Adesso può muoversi e mette in difficoltà il rigorista».
La Cortina di ferro l’aiutò a custodire il segreto.
«Vero. Sepp Maier mai avrebbe immaginato quel tiro, tanto che protestò con l’arbitro dicendo che era irregolare».
L’ha più incontrato dopo la finale di Belgrado?
«Ci siamo incrociati in tv. Una volta non sapeva che ero in studio, quando hanno annunciato il mio nome si è incupito di colpo. Ma dopo 30 anni abbiamo fatto pace con una birra e una partita a golf».
Che cosa prova quando vede eseguire il suo cucchiaio?
«È una sensazione unica, se pensi che è passato quasi mezzo secolo. Significa che la mia invenzione è ancora viva e anche i giovani continuano la tradizione. Mi hanno imitato i più grandi, da Pirlo a Messi: che onore. Però...».
Però?
«Quel tiro ha oscurato il resto della mia carriera. Io ho sempre giocato per far divertire il pubblico, con gol e assist straordinari. Ma sono passati in secondo piano dopo quel rigore, di cui mi sento un po’ prigioniero». 
A fine carriera ha giocato 12 anni in Austria. Quali erano le differenze dal calcio cecoslovacco?
«Da noi il calcio era più collaborativo, i campioni erano a servizio della squadra. Nel Rapid Vienna si giocava per le star: quando la passavo a Krankl sapevo che non me l’avrebbe restituita. Ma il problema era un altro».
Quale?
«La lingua. Se avessi conosciuto il tedesco avrei chiarito subito le cose. Ma nei primi mesi sapevo solo dire “Ciao” e “Un’altra birra, grazie”».
Guarda la Serie A?
«Non quanto vorrei». 
Per che squadra tifa?
«L’Udinese».
Giuri.
«Giuro. Quando giocavo in Austria andai a vedere una partita a Udine e la squadra mi piacque molto. E ora ci gioca Barak, un giovane ceco molto in gamba».
Il momento più buio della sua carriera?
«Prima che iniziasse. Avevo 18 anni e subii un colpo violentissimo all’occhio sinistro: per due mesi vedevo solo dall’altro. Ho rischiato di non arrivare a tirare quel famigerato rigore». 
Meglio Messi o Ronaldo?
«Ronaldo e Messi. Il primo più veloce e potente, il secondo più creativo e imprevedibile». 
Pelé o Maradona?
«Due campionissimi. Non ho mai visto giocare Pelé, Maradona l’ho affrontato. Forse Diego non è stato un gran modello per i giovani». 
C’è ancora spazio per la poesia nel calcio moderno?
«Sempre meno. Conta molto la preparazione fisica: i calciatori sono super atleti, alcuni somigliano più ad automi».