La Stampa, 1 dicembre 2018
Fiat lux, Tintoretto è rinato a Venezia
La Scuola Grande di San Rocco è detta, per potenza pittorica e grandiosità dei capolavori che racchiude nella sua Sala Capitolare, la Cappella Sistina di Venezia. Al posto di Michelangelo c’è un’altra mano, che pare sempre mossa dal divino, quella di Tintoretto (al secolo Jacopo Robusti), il grande allievo di Tiziano che nel 1574 diede vita, nel cuore della laguna, a un’autentica impresa pittorica che occupò venticinque anni della sua vita. Il suo più importante lavoro che gli valse un vitalizio e che meritava una nuova illuminazione in grado di strapparlo a un ingiusto oblio visivo. Ebbene quella luce attesa da sempre è stata accesa ieri sotto gli occhi del ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli e ha finalmente strappato la Sala Capitolare della Scuola Grande di San Rocco a un’oscurità che non consentiva la piena fruizione dei capolavori che custodisce.
A restituire nuova vita al ciclo pittorico realizzato da Tintoretto fra il 1574 e il 1581 (rivelando particolari fondamentali dei telari sinora rimasti oscuri persino agli storici dell’arte) è stata l’azienda di light design iGuzzini.
In occasione dei 500 anni dalla nascita del maestro manierista, sui trentatrè capolavori di Tintoretto, l’azienda di Recanati, insieme con lo Studio Pasetti Lighting ha deciso di puntare una luce nuova, tanto naturale quanto sofisticata e ingegneristica, su questo spettacolo per gli occhi che si offre a chi varca la soglia dell’antica Scuola di San Rocco, protettore degli appestati. Fondato nel 1478, in pochi anni questo istituto si trasformò nella più ricca confraternita veneziana, grazie alle elemosine raccolte dai malati.
Come il Cenacolo
Ieri - come ha fatto notare il ministro Bonisoli - l’opera di Tintoretto ha ottenuto la stessa valorizzazione cromatica toccata negli anni, all’Ultima Cena di Leonardo, agli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova e da ultima, alla Pietà di Michelangelo nella basilica di San Pietro. Il risultato dell’intervento è una luce che esalta la carica emotiva e scenica dei dipinti.
Il confronto fra il «prima» e il «dopo» è stato impressionante. E ieri quando è stata accesa, per gradi, la nuova luce, l’emozione e l’applauso dei veneziani sono stati grandi. I primi a risplendere sono stati i dieci episodi del Nuovo Testamento: L’adorazione dei pastori, Il battesimo di Cristo, La resurrezione di Cristo e L’ultima cena sulla parete di fronte all’ingresso e La moltiplicazione dei pani e dei pesci, la Resurrezione di Lazzaro e la Piscina probatica per citare solo alcuni capolavori.
Le opere sono state lambite dalla luce radente puntata dal basso verso l’alto. Raggi che sembravano arrivare dal nulla, dal momento che le sorgenti luminose sono state rese invisibili. Restituito a nuova vita anche il meraviglioso soffitto, dove si staglia in tutto il suo splendore L’erezione del serpente di bronzo insieme con il Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia e La raccolta della manna.
Per secoli annegati nella semioscurità, così come le allegorie lignee di Francesco Pianta, le bifore e gli archetipi architettonici dell’altare, ieri per tutte queste opere di una drammaticità travolgente (e grandiosità da molti definita di ascendenza michelangiolesca) è stata la giornata della rinascita. Non va poi dimenticato che proprio sulla luce Tintoretto spese la vita, rincorrendo il suo mistero «perché sinonimo di conoscenza e metafora della vita - come spiega Franco Posocco, Guardian Grando della Scuola Grande Arciconfraternita di San Rocco - capace di evocare i sentimenti più forti: e per questa febbrile tensione il pittore fu giudicato e deriso». Ora c’è qualcuno che ha reso giustizia alla «magnifica ossessione» dell’allievo di Tiziano, come ha spiegato al momento del magico «clic», Adolfo Guzzini,presidente di iGuzzini: «La sfida, qui, come ai Musei Vaticani o a Padova e a Milano era restituire al passato il suo splendore originario e proiettarlo nel futuro, rendendolo immortale attraverso la luce». E luce fu, cinque secoli dopo la sua fondazione, anche alla Scuola Grande di San Rocco, l’unica ad essere sopravvissuta alla caduta della Repubblica.