Non si potevano concordare due mostre in tempi diversi, sia a Roma che a Parigi? E poi: il Louvre non ci ha ancora detto quali Raffaello è disposto a dare in cambio. Si parla solo di quelli trasportabili: è troppo generico».
Dall’entourage dell’ex ministro Franceschini fanno sapere che non è mai stato chiesto ai musei italiani di non celebrare Leonardo per lasciare tutto lo spazio a Parigi. A complicare le cose c’è un dato storico oggettivo: il genio del Rinascimento è sì italiano, ma ha lasciato proprio alla Francia, che lo aveva accolto come premier peintre di Francesco I, almeno sei dei suoi capolavori fondamentali (i dipinti certi sono appena una quindicina sparsi nel mondo): la Gioconda, la Vergine delle rocce, la Belle Ferronière, la Sant’Anna, il San Giovanni Battista e il Bacco.
Tutti documentati in territorio francese quando Leonardo è ancora in vita: che li abbia rubati Napoleone è una fake news molto diffusa. E pazienza se l’Italia, intanto, ha un cartellone di celebrazioni leonardesche tutt’ora in progress, senza un progetto scientifico forte: il rischio è che ci si debba accontentare di eventi più micro che macro. «I progetti, in realtà, sono già 80 – precisa la sottosegretaria Borgonzoni –. Non li abbiamo ancora presentati, ma a metà mese saranno lanciati con un sito web. È ovvio che, visti i tempi, una grandissima mostra non riusciremo più a farla, ma ci stiamo lavorando».
Un accordo ben definito tra ministero dei Beni culturali italiano e Louvre, in realtà, non c’è mai stato: in compenso ci sono centinaia di mail. Ogni museo ha ricevuto la sua richiesta di prestito e i singoli direttori hanno dato risposta, inviandola al Mibac che deve comunque dare l’ultimo ok per il viaggio all’estero. «Non c’è nessun accordo, infatti – spiega il direttore degli Uffizi di Firenze Eike Schmidt –. Bisogna distinguere tra la politica e le normali procedure di prestito delle opere. I tre Leonardo degli Uffizi – Battesimo di Cristo, Annunciazione e Adorazione dei Magi – sono dipinti su tavola estremamente fragili e dal 2009 figurano nell’elenco dei non prestabili. La nuova sala degli Uffizi dove sono esposti è stata fatta apposta per garantire loro un monitoraggio continuo. Se si decidesse di inviarli in Francia, nonostante il parere tecnico, mi dimetterei subito. Ogni trasporto riduce la vita di un quadro: confido nella comprensione dei colleghi del Louvre. Una selezione di disegni richiesti da loro potrà viaggiare. In ogni caso, Leonardo è un genio universale. Una mostra scientifica su di lui si può fare ovunque: anche su Marte, un domani. Allo stesso tempo, è importante celebrarlo sul piano locale: per questo dal 15 aprile, per sei settimane, invieremo a Vinci il disegno di paesaggio datato 5 agosto 1473. Senza Vinci, non ci sarebbe nessun Leonardo».
Chi ha già scelto di spedire il “suo” Leonardo al Louvre, non senza polemica, è Simone Verde, direttore della Pilotta di Parma che ha in collezione La Scapigliata. «Ci ho messo del tempo, prima di decidere – avverte –. Ho aspettato fino a ottobre che l’Italia organizzasse un’iniziativa unitaria su Leonardo. Ho sperato, ma poi è diventato chiaro che si sarebbe proceduto in ordine sparso. Quindi mi sono detto: perché un’opera come questa deve restare fuori dal catalogo della mostra più importante?
Avremo diecimila euro per il restauro. È mio dovere promuovere la conoscenza di questa tavoletta e la sua fortuna critica. Leonardo è stato reinventato dai francesi. E noi li abbiamo lasciati fare. Loro sono più nazionalisti di noi. La verità, alla fine, è che l’Italia non ha voluto organizzare una grande mostra su Leonardo perché il nostro è un Paese masochista. La cattiva gestione del patrimonio culturale ha ricadute geopolitiche: e infatti stiamo scomparendo dalla scena. I prestiti del Louvre? Non ne abbiamo bisogno. Su Raffaello siamo autosufficienti».
Ecco: su Raffaello – il cinquecentenario è nel 2020 – mentre la National Gallery di Londra prepara il suo show, in Italia si rischia il sequel dell’affare Leonardo. Al momento, la mostra principale è quella prevista alle Scuderie del Quirinale, che beneficerebbe dei prestiti del Louvre. L’ambizione è di portare a Roma, oltre agli italiani, almeno tre capolavori “francesi”: il Doppio ritratto, il Baldassare Castiglione e la Belle Jàrdiniere. Ma anche la Galleria Borghese sta preparando il suo evento: «Quando si è profilato l’anniversario della morte di Raffaello, ho scritto al Mibac e non ho mai ricevuto risposta», protesta la direttrice Anna Coliva. «Ho iniziato a chiedere i prestiti all’estero un anno e mezzo fa. Il mio scopo è di riportare a Roma parte dei 48 dipinti venduti nel Settecento. La mostra alle Scuderie? Spero che non scatti l’editto bulgaro e non mi impediscano di fare la mia. La cultura è di chi la coltiva: gli studi italiani su Raffaello sono calati del 30 per cento. Non abbiamo alcun merito ad aver ricevuto in eredità delle opere attaccate al muro. Non siamo in grado di programmare: organizziamo mostre sui nostri artisti quando all’estero sono già chiuse con largo anticipo».
Leonardo di Francia, Raffaello d’Inghilterra: il sovranismo non c’entra. Pur volendo, per la storia dell’arte italiana non si riuscirebbe ad applicare. «I musei italiani sono satrapie – dice qualcuno che frequenta il contesto –. Alla fine, ognuno preferisce fare la sua cosetta. Ma questo Paese merita una volta ogni 500 anni una grande mostra nazionale dedicata ai suoi maestri?». Forse no.