Non è l’unico centro del genere. Nel mondo ce ne sono altri cinque, per un totale di 15 mila dipendenti. Vagliano due milioni di contenuti ogni 24 ore. Mentre gli algoritmi intervengono in autonomia, qui si entra in azione su segnalazioni degli utenti e si giudica solo il contenuto senza saper nulla del profilo di chi lo ha pubblicato, per questioni di privacy. «Oltre al razzismo, c’è il bullismo», prosegue Gaia, in Spagna da due anni. «Quasi mai però si tratta di aggressioni fisiche». Ad altri va peggio. In Brasile o in Messico le violenze di strada sono all’ordine del giorno e i moderatori si trovano a dover guardare immagini scioccanti. In Europa, dalla Norvegia alla Francia, il razzismo è al primo posto.
Facebook ha delle regole precise che cercano di imbrigliare il comportamento umano in linee guida che i moderatori devono seguire. Tante le eccezioni. Ci mettono davanti ad una serie di casi: facile acconsentire alla foto della bambina nuda che corre piangendo fra soldati americani in Vietnam, valse a Nick Ut il Pulitzer nel 1973; più difficile il “meme” che prende in giro Cristiano Ronaldo, con il calciatore che esulta a torso nudo sopra la scritta “Sono il più str***o di tutti”. Non va censurata, è un personaggio pubblico come un politico e ha un trattamento speciale.
«Facebook non vuol diventare arbitro della verità», sostiene David Geraghty. E così quando un partito o un membro di un governo incitano all’odio razziale, anche se in maniera palese, i moderatori potrebbero non intervenire. L’equilibrio è precario fra il non prendersi responsabilità da editore e l’impellenza di fare qualcosa per stemperare quel che è diventata un’arma affilata di propaganda. Non a caso Mark Zuckerberg ha da poco annunciato che intende mettere mano all’algoritmo del suo social network per ridurre la popolarità di quei commenti provocatori e al limite che aumentano le polarizzazioni sociali. A Barcellona nessuno sa ancora come intende procedere, solo che i nuovi assunti continuano ad arrivare in gran numero.