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 2018  novembre 25 Domenica calendario

Viaggio nel Dna del Califfato

Ibrrhimal-Badri aveva pianificato ogni cosa. Il suo nome di battaglia, Abu Bakr, come il primo dei leggendari califfi ortodossi succeduti a Maometto. Il luogo, la grande moschea al-Nouri di Mosul, in Iraq. Il momento, il primo giorno del mese sacro di Ramadan. Perfino il colore, il nero, il simbolo della grande dinastia Abbaside. Quando, il 29 giugno 2014, Abu Bakr al-Baghdadi annunciò la rinascita del Califfato e la sua proclamazione a Califfo di tutti i musulmani, la curiosità prevalse sulla preoccupazione. Le spietate milizie dello Stato Islamico avevano già conquistato grandi città in Siria e Iraq. Ma quasi nessuno poteva immaginare che, nella loro inarrestabile avanzata, in 90 giorni potessero controllare un territorio tra la Siria e l’Iraq esteso come la Gran Bretagna, dove vivevano otto milioni di persone. 
Baghdadi era, o è (non si sa se sia ancora vivo), un uomo scaltro. Aveva compreso che conquistare un territorio così vasto era un’impresa difficile. Sapeva altrettanto bene che mantenerlo era ancor più impegnativo. Bisognava assicurarsi le risorse che ne garantissero la sopravvivenza. Per quanto retto da leggi oscurantiste e brutali, per quanto spietato fosse nei confronti degli apostati, lo Stato islamico era comunque un’entità territoriale. Con tanto di ministeri, di istituzioni, di amministrazioni. Tutto, naturalmente, declinato su un’interpretazione rigidissima, e sovente fuorviante, del Corano. Eppure fu proprio questo il suo punto di forza: la creazione di un Califfato aveva funzionato come polo di attrazione per gli estremisti islamici, accorsi nel regno di Baghdadi da tutto il mondo. Ai loro occhi l’Isis era riuscita là dove avevano fallito altre organizzazioni estremiste, prima fra tutte al-Qaeda.
Ma cosa era un Califfato? E chi era il Califfo? In che modo veniva scelto? Chi aveva diritto di sceglierlo? Nel suo ultimo lavoro – Il Califfato, da Adamo all’Isis (Carrocci) –, il noto islamista britannico Hugh Kennedy conduce il lettore attraverso un lungo viaggio; dagli ultimi momenti della vita di Maometto, passando ai 4 grandi califfi del periodo ortodosso, per poi attraversare le potenti dinastie degli Omayyadi e degli Abbasidi fino a quella degli Ottomani (1299-1924) e al loro ultimo Califfo, Abdülmecid II, cacciato dal laico Mustafa Kemal Atatürk, il padre della Turchia moderna. Le pagine dedicate all’Isis sono solo tre. Ma questo è un libro sulla storia dei Califfi. Ai quali la leadership jihadista ha sempre guardato con ammirazione, soprattutto a quelli ortodossi, e alla tribù dei Quraysh, quella del Profeta, che si era stabilita a Medina: Abu Bakr, Umar, Uthman e Alì, cugino e genero di Maometto, il vincitore della “battaglia del Cammello”, la prima guerra civile all’interno della Comunità musulmana. Il pio Alì, assassinato mentre sedeva in casa a leggere il Corano. 
Alì Non poteva sapere che solo 19 anni dopo la sua morte, un tragico evento divise per sempre la comunità musulmana: lo scisma tra sciiti e sunniti. Hussein secondogenito di Alì, e nipote del Profeta, fu trucidato con la sua famiglia in Iraq, insieme ad manipolo di fedeli soldati, dalle forze, di molto superiori, del califfo omayyade. «Il conflitto – come scrive Kennedy – fu breve e violento. Il 10 ottobre 680 il nipote del profeta, con cui il vecchio aveva giocato con gioia quando era bambino, fu ucciso mentre cercava di rivendicare il califfato di suo padre». Hussein, e da allora gli sciiti, sosteneva che a divenire califfo dovesse essere solo un discendente diretto del profeta. Ancora oggi, nelle strade e nelle piazze del Libano meridionale, o nelle città più religiose dell’Iraq, non è insolito imbattersi in processioni di fedeli che si colpiscono il petto con catene e si flagellano la schiena, a volte il capo, al ritmo dei tamburi. Rivoli di sangue scorrono sul viso e sulle spalle, anche dei bambini, a ricordare il martirio di Hussein. È l’Ashura, cade il 10° giorno del mese di Muharran, il periodo di lutto.
In una fase storica in cui il Medioriente è teatro di un durissimo confronto tra l’Islam sciita, guidato dall’Iran, e l’islam sunnita, capeggiato dall’Arabia Saudita ( custode dei luoghi sacri), il libro aiuta a comprendere le ragioni di questa contrapposizione. 
Dopo gli ortodossi fu la volta degli Omayyadi (661-750), i califfi sunniti che spostarono la capitale a Damasco (661-750), in Siria. Poi venne la grande dinastia degli Abbasidi, (750-1258). Al suo culmine, tra il IX e il X secolo, il Califfato era la più potente entità politica nell’Eurasia occidentale e si estendeva dalla Spagna ai confini della Cina. Furono gli Abbasidi a spostare la capitale a Baghdad, nella regione più ricca e più popolosa, l’Iraq. Come scrive Kennedy, «il periodo aureo del Califfato abbaside, dal 750al 945, fu un momento di grande apertura e varietà intellettuale che ha pochi eguali nella storia umana». Nel IX secolo a Baghdad vivevano mezzo milione di persone. A Londra e a Parigi poche migliaia. Buona parte della popolazione della capitale abbaside, dove operavano 3.500 autori di libri grazie all’avvento della carta, era alfabetizzata (ad eccezione di Alfredo il Grande, i sovrani inglesi cominciarono a esserlo solo 400 anni più tardi). 
Era la Baghdad dei grandi poeti, degli uomini di scienza, degli storici, dei filosofi, degli architetti. Dei fasti di un tempo, oggi nella capitale irachena si colgono pochi segnali. In questi anni il Medioriente sta vivendo una delle sue fasi più drammatiche. Ma per comprendere le dinamiche alla base di queste divisioni, anche la frustrazione di molti musulmani verso l’Occidente, a volte la loro acredine, il libro di Kennedy rappresenta un utile strumento.