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 2018  novembre 25 Domenica calendario

L’Italia a lezione di rugby e business dai maestri All Blacks

Troppo forti gli All Blacks per un’Italia già di livello nettamente inferiore, e in più stanca e frastornata. In un Olimpico comunque festoso 53mila appassionati hanno assistito allo spettacolo dei campioni del mondo di rugby, che si sono imposti 66-3, segnando 10 mete senza subirne. In grande evidenza i trequarti Jordie Barrett – votato man of the match – e Damian McKenzie, che hanno all’attivo rispettivamente quattro e tre mete. Ma è tutto il collettivo a essersi imposto per ritmo e qualità del gioco. 
Si chiude così un mese di novembre infarcito di partite internazionali disputate nell’emisfero Nord. Una tradizione che si fermerà nel 2019, anno della Coppa del Mondo in Giappone, e che potrebbe essere a rischio di stop in avvenire, se passasse l’idea del vicepresidente della federazione internazionale, Agustin Pichot, di concentrare a novembre le 12 migliori Nazionali per una sorta di Nations Cup. Nello stesso tempo aumenterà il numero di confronti tra i Paesi di fascia uno e quelli di fascia due, tra cui Usa, Giappone, Canada, Romania e Georgia.
L’Italia occupa spesso il gradino più basso della fascia uno, e dunque l’esito della partita di ieri era largamente pronosticabile, anche se con dimensioni più ridotte. Però, al termine di questi impegni autunnali, tra le due squadre potrebbe paradossalmente essere l’Italrugby ad avere meno motivi di delusione. L’obiettivo principale era la vittoria sulla Georgia a Firenze, ed è stato centrato con il punteggio di 28-17. Un modo per affermare sul campo il diritto sportivo a stare nel Sei Nazioni, “ambìto” anche dalla Nazionale caucasica. Rientrano invece nell’ordine delle cose le sconfitte casalinghe con Australia (7-26 a Padova) e Nuova Zelanda, nonché il pesante 54-7 rimediato contro l’Irlanda al Soldier Field di Chicago a inizio mese, che però ha quantomeno fruttato agli Azzurri un gettone da 500mila euro.
Proprio l’Irlanda, invece, ha dato un grande dispiacere agli All Blacks. Dublino, 17 novembre 2018, una data già storica: per la prima volta in 113 anni i Verdi hanno ottenuto una vittoria in casa ai danni della Nuova Zelanda, che già la settimana prima aveva vacillato sul terreno dell’Inghilterra prima di imporsi per un solo punto. Una sconfitta che non è costata il primo posto nel ranking mondiale, detenuto ininterrottamente da nove anni, ma che lo mette in discussione. 
Certo, se è difficile tenere il passo dei neozelandesi in campo sembra un’impresa altrettanto ardua pareggiarne il tasso di fatica. Per loro il match romano è stato l’ultimo di una serie di 11 incontri in poco più di tre mesi, andati in scena in cinque continenti: Oceania, Africa, Sudamerica, Asia e, negli ultimi tre fine settimana, Europa. Il business è business e tutti vogliono gli uomini in nero. Più di una squadra: un brand affermato, «da usare – sostiene il commissario tecnico Steve Hansen – per avvicinare il nostro Paese al resto del mondo, che si tratti di turismo, di affari o di altro». Per loro ovunque gli stadi fanno il tutto esaurito (o ci vanno vicino) e non a caso risale a un confronto tra gli Azzurri e gli All Blacks il primato di pubblico e di incasso in occasione di un incontro di rugby in Italia. Si giocò a Milano in uno Stadio Meazza esaurito, 80mila spettatori e 2,5 milioni di euro. 
L’unico team ovale conosciuto dappertutto – a partire dalla Haka, tradizionale danza maori – richiama sponsor di eccellenza: sul versante tecnico va avanti dal 1999 e proseguirà almeno fino al 2023 il legame con Adidas, che ora come ora versa l’equivalente di 6 milioni di euro all’anno. Lo sponsor di maglia, la compagnia assicurativa statunitense Aig, sborserà ogni stagione 9 milioni fino al 2024. Recentemente ai vari partner già esistenti si sono aggiunti Amazon, Apple, Tudor (orologi) e Vodafone. 
Il consuntivo 2017 della federazione neozelandese evidenzia che 37 milioni di euro sono entrati nelle casse sommando le voci sponsorship e licensing. Naturalmente il top del profitto si raggiunge con i diritti tv (62 milioni). E il tour in Nuova Zelanda dei British & Irish a Lions, selezione dei migliori giocatori inglesi, irlandesi, gallesi e scozzesi, ha portato proventi straordinari. Grazie a tre test match con la Nazionale la federazione ha visto schizzare il suo bilancio a 154 milioni di euro (quello italiano è attorno ai 45 milioni) con un utile netto record di 20 milioni. La tournée – terminata in parità sul campo, una vittoria a testa più un pareggio nei confronti più importanti – è stata anche un successo extrasportivo: 25mila turisti dall’estero e quasi 150 milioni di euro per il Pil locale. 
Una cifra significativa per un Paese di 4,8 milioni di abitanti. Dove anche gli ingaggi dei giocatori non possono raggiungere i picchi più elevati. Le cifre restano lontanissime da quelle di sport come calcio, basket, golf, tennis, automobilismo. 
E comunque nella classifica dei 10 rugbysti più pagati al mondo, che è guidata dall’australiano Israel Folau con 1,4 milioni di euro annui, non compaiono All Blacks in servizio effettivo. Per monetizzare quanto più possibile bisogna emigrare in Europa o in Giappone, come ha fatto il mediano di apertura Dan Carter, che in nero è diventato una leggenda e ora – a 36 anni – intasca oltre un milione dai Kobe Steelers.