La Stampa, 25 novembre 2018
Intervista a Emily Nemens, direttrice della rivista The Paris Review
Emily Nemens è il settimo direttore editoriale nei 65 anni di storia del trimestrale in lingua inglese «The Paris Review», rivista letteraria che ospita scritti originali, arte e interviste approfondite con famosi scrittori. Emily Nemens ha scoperto e pubblicato numerosi autori premiati.
Come si sta muovendo come nuovo editor della «Paris Review»?
«Il numero autunnale è stato il primo a uscire e adesso lavoro a quello invernale. Mi pare una transizione naturale in un nuovo trimestrale che combina tradizione e innovazione, perché in precedenza ero co-editor della rivista “The Southern Review” in Louisiana, un altro trimestrale letterario, fondato nel 1935 da Robert Penn Warren».
C’è stato qualche problema con l’uscita di Lorin Stein, il suo predecessore?
«È stato un anno difficile per la rivista e penso che il Consiglio abbia gestito la cosa molto bene su due fronti. Con la partenza di Lorin hanno messo a punto diverse strategie, un nuovo manuale per tutto lo staff, addestramento sulle molestie sessuali per l’organizzazione e altre politiche per evitare che accada di nuovo. C’è stata questa misura correttiva e contemporaneamente si cercava a tutto campo chi l’avrebbe sostituito».
Come l’hanno trovata?
«Sono stata io a trovarli. Sapevo che stavo facendo un ottimo lavoro alla “Southern Review”. Negli ultimi anni abbiamo vinto due premi Pushcart e due O. Henry. Quest’anno tre dei 20 racconti selezionati da “Best American Short Stories” erano stati scelti da me per la “Southern Review” lo scorso anno. Quindi so di avere un dono per scoprire, editare e migliorare le storie brevi, ma volevo un orizzonte più ampio e così mi sono proposta».
Che cosa ha intenzione di fare?
«Continuare a fare le cose che stiamo facendo bene, inclusa la pubblicazione dei migliori racconti che riusciamo a trovare. Manterremo ed espanderemo la serie di interviste “Writers at Work” (Scrittori al lavoro), pensando agli scrittori che lavorano in diversi campi e spaziando nel mondo. La rivista è una risorsa per i lettori e la letteratura».
Ci saranno ancora disegni e fotografie?
«Sì. Vengo da Seattle, ma il mio primo lavoro è stato al Metropolitan Museum. Ho una laurea in storia dell’arte e quindi ho un interesse e un entusiasmo personali per le arti visive e il design».
Chi legge la «Paris Review»?
«Sempre più gente. In questo momento abbiamo una distribuzione record di 23 mila copie. I nostri lettori sono newyorchesi, lettori di vecchia data della rivista in cerca di nuove voci, ma abbiamo anche un pubblico di lettori a livello nazionale e internazionale, di giovani scrittori e appassionati di letteratura che la usano come strumento didattico».
La «Paris Review» è molto elitaria?
«Non penso e non credo che debba esserlo. Mi piacerebbe dissipare questa convinzione».
Ora siete anche online. Come funziona?
«The “Paris Review Daily” pubblica nuovi contenuti ogni giorno. Qualcosa c’è sia sul cartaceo sia sull’online, altre cose no. Ogni giorno ci sono contenuti gratuiti e gli abbonati hanno accesso al nostro intero archivio fino al 1953, che si trova anche a pagamento sul sito».
La webzine quotidiana su Internet richiede molto lavoro?
«È un tempo molto diverso. Abbiamo quattro persone che lavorano al sito e tre per la rivista cartacea».
Lavorate ancora con la «London Review of Books»?
«Sì, da cinque anni offriamo l’opzione di un pacchetto di abbonamenti per comprarle insieme».
Ha fatto altre partnership?
«Niente di formale per il momento. Ci sono molte organizzazioni che possono aiutarci a fare meglio. Un nuovo editor offre opportunità per nuove collaborazioni e quindi ci stiamo lavorando».
Come si svolge il suo lavoro?
«Leggo in continuazione, cercando le storie che saranno pubblicate sulla rivista. Alcune ci vengono inviate dagli agenti o dagli stessi scrittori. Sto anche facendo conoscenza con gli scrittori con cui mi piacerebbe lavorare».
È difficile scegliere una storia breve?
«Per ogni 100 storie che leggo ne trovo una o due che mi piacciono abbastanza da decidere di pubblicarle».
Sono sempre nuovi scrittori o autori già affermati?
«Penso che sia importante mantenere un equilibrio tra voci affermate ed emergenti. Rende entrambe più dinamiche».
Ci sono molti scrittori di racconti?
«Non quanti ne vorrei! Troppi scrittori di talento sono spinti dall mercato a scrivere romanzi».
Chi ammira?
«William Trevor, lo scrittore irlandese, e Alice Munro. Mi piace Raymond Carver. Mi piace Deborah Eisenberg... La mia lista potrebbe continuare, ma i miei preferiti riescono a costruire un mondo nello spazio compresso di un racconto».
Come si fa a scegliere le persone da intervistare per la famosissima serie di interviste «Writers at Work» ?
«Ci sono molti fattori, compreso il mio gusto personale».
Ci sono scrittori che terrebbe particolarmente ad intervistare?
«La mia prima priorità è stata riprendere e condurre in porto le interviste in corso che potevano essere state eventualmente sospese. Spesso ci vuole un anno, a volte molto di più, per completare un’intervista con la “Paris Review”. Le conversazioni vanno avanti per mesi».
Cosa c’è di così speciale in queste interviste?
«È un format unico. Io la definisco l’intervista arricchita. È collaborativa e intervistatore e intervistato lavorano insieme e rivedono insieme il testo. In queste interviste gli autori possono impegnarsi in conversazioni critiche sulla loro opera».
Traduzione di Carla Reschia