La Stampa, 25 novembre 2018
Reitman star a Torino: «I media trattano il presidente come una popstar e viceversa»
Esplosa all’alba di cambiamenti epocali che hanno rivoluzionato i meccanismi della comunicazione e mutato le regole del gioco politico, la storia del senatore Gary Hart, ricostruita da Jason Reitman in The Front Runner - Il vizio del potere, acquista oggi un valore esemplare e molto contemporaneo: «Penso al presidente Trump, che supera ogni giorno i limiti del consentito, e a Berlusconi di cui in America abbiamo saputo tutto. Gli intrecci che legano esercizio della cosa pubblica e gestione del privato sono intricati».
La vicenda di Gary Hart sollecita una riflessione di fondo: «Fino a che punto il comportamento privato può far considerare una persona meno abile nel governare un Paese?». Costretto a interrompere la corsa alla Casa Bianca e ad abbandonare la scena politica dopo la pubblicazione di notizie riguardanti la relazione extraconiugale con la modella Donna Rice Hughes, Hart fu la prima vittima del nuovo sistema dell’informazione: «Internet ha cambiato tutto, le linee tra politica, media e intrattenimento non sono più distinguibili. Dallo scandalo Hart in poi il giornalismo politico e quello dei tabloid si sono mescolati, assumendo lo stesso linguaggio. Ogni mattina sul telefono o il computer trovo le notizie riguardanti il presidente Usa e quelle sulla separazione di Ariana Grande con uguale rilievo, accompagnate da analisi e commenti. Il gossip è sullo stesso piano del giornalismo politico, l’importante è ottenere click, e la macchina va alimentata, 24 ore su 24».
«Non c’è spazio per l’ironia»
L’idea di The Front Runner (dal 21 febbraio nei cinema con Warner Bros), è nata sotto la presidenza Obama: «Il film - dice Reitman, viso da ragazzo e capelli striati di bianco - è stato scritto con Matt Bai a partire dal suo libro All the Truth is Out: The Week Politics Went Tabloid. Mano mano che andavamo avanti nel lavoro, sono accadute mille cose. Prima l’elezione di Trump, mentre avevamo sempre immaginato la vittoria di Hillary Clinton, poi i vari allontanamenti e licenziamenti di portavoce del governo, la nascita del MeToo, e ora le elezioni Midterm. Pensavamo che in questa ricostruzione ci potesse essere spazio per l’ironia, ma non è andata così. Oggi la Casa Bianca considera i giornalisti nemici di Stato».
La ricchezza del film, protagonista Hugh Jackman, mai prima alle prese con un personaggio così complesso e enigmatico, sta nella cura con cui ricostruisce le reazioni delle le parti in causa. Non solo della moglie tradita davanti a un’intera nazione (la interpreta Vera Farmiga), ma anche dei collaboratori di Hart, dei giornalisti che provocano il terremoto e devono vedersela con le loro coscienze, e naturalmente di lei, Donna (Sara Paxton), la bella ragazza bionda che con il viso rigato di lacrime vede naufragare amore e aspirazioni professionali: «Mi sembrava giusto mostrare quanto siano totalmente diversi i modi con cui uno scandalo pesi sulle spalle di un uomo e su quelle di una donna. Donna Rice è un essere umano che ha rischiato di annegare in una tempesta, in una fase in cui non c’erano regole per gestire situazioni di quel tipo. Il discorso di genere mi sta particolarmente a cuore, sempre, in tutti i miei film».
Film in cui Reitman, fin da giovanissimo, ha diretto divi della portata di George Clooney (Tra le nuvole), Charlize Theron (Young Adult), e ora Jackman: «Sono stato fortunato, ho incontrato persone che hanno saputo rendere il set un posto bello dove passare il tempo». La scelta di Jackman è stata immediata: «Ho subito pensato a lui per questo ruolo, era perfetto, e non solo per la somiglianza fisica. Hugh è una star, con un’etica spiccata e con un’onestà interiore che emerge in tutti i ruoli che interpreta. È come se uscisse dallo schermo e afferrasse lo spettatore, portandolo nella storia. È una persona incredibile. Ha voluto conoscere tutti i membri della troupe, ogni venerdì bloccava il set per andare a comprare biglietti del “gratta e vinci” e regalarne uno a ciascuno».
I protagonisti della vicenda, Gary Hart e Donna Rice, sono stati informati fin dall’inizio del progetto di Reitman e hanno visto il film appena l’ha terminato: «La prima cosa che ha detto Hart è stata: “Ma davvero parlo così?”. Sua moglie gli ha risposto: “Sì, Gary, parli proprio così”».