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 2018  novembre 25 Domenica calendario

Sequestrato l’impero dell’ex patron Valtur. Immobili e terreni per un miliardo e mezzo



Era l’uomo tra i più ricchi d’Italia, ma tra i grandi finanzieri e imprenditori, c’era riuscito grazie al rapporto di dare e avere con Cosa nostra. A leggere le 500 pagine del decreto di confisca scritto dal Tribunale di Trapani, di mezzo ci sono i rapporti stretti con la mafia siciliana e con la cosca del suo paese, Castelvetrano. Contatti stretti da Bernardo Provenzano ai famigerati Messina Denaro, Ciccio, morto nel 98 e Matteo, latitante dal ’93. Questo era Carmelo Patti, cavaliere del lavoro, morto nel 2016 quando da quattro anni era già in corso il procedimento che adesso si è concluso con confisca di beni per 1 miliardo e mezzo. 
Ai suoi eredi è stato sottratto denaro liquido per 40 milioni di euro, assieme a società, villaggi turistici, immobili e un antico veliero di 21 metri. Un lungo elenco, 25 società di capitali , 3 resort, un Golf Club, 400 ettari di terreno, tra Robbio (Pavia), la provincia di Trapani, le Egadi, Isola di Capo Rizzuto, Castelgandolfo, Ragusa e Benevento. La maggiore confisca in assoluto in questi anni di caccia ai patrimoni mafiosi o controllati da boss come il latitante Matteo Messina Denaro. La Dda di Palermo ha sviluppato un’indagine che ha svelato come Patti è diventato il tycoon ammirato e corteggiato da politici e imprenditori. 
Indagini cominciate negli Anni 90 quando Patti finì sotto inchiesta a Marsala per fatture false e truffa. Il cavaliere ne uscì indenne, ma da allora gli investigatori cominciarono ad annotare i nomi dei personaggi risultati vicini quanto a lui che a Matteo Messina Denaro, a cominciare dal commercialista - cognato del boss - Michele Alagna che frequentava a nome di Patti le grandi banche, per continuare con Paolo Forte, il figlioccio del capo mafia, o ancora l’imprenditore Sarino Cascio o il sindacalista ed ex politico del Pdl Santo Sacco che faceva da postino al latitante. Rapporti che Patti teneva in piedi dentro le sue aziende a cominciare dalla Cablesud. Col cablaggio Patti per un periodo fatturava 400 miliardi di lire all’anno, una parte dei proventi sono stati rintracciati nei conti correnti personali di questi uomini d’onore. 
Senza alcuna giustificazione plausibile. «I soldi alla mafia arrivavano attraverso fatture false ed evasione, una maniera con la quale Cosa nostra ha saputo arricchirsi» ha detto ieri il direttore della Dia Giuseppe Governale. Il racconto dei pentiti ha dato ulteriore contenuto al quadro d’accusa. Angelo Siino ha svelato il rapporto stretto con don Ciccio Messina Denaro che andava dicendo nei summit come Carmelo Patti «era in grado di fare tante cose buone» o ancora l’ex capo mafia di Caccamo che fu rimproverato da Bernardo Provenzano per via di una frase pronunciata nei confronti di Patti, questo, gli disse don Binnu, «è nelle nostre mani».