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 2018  novembre 25 Domenica calendario

La geografia specchio del disagio

È la geografia lo specchio più fedele delle diseguaglianze economiche che alimentano il populismo nelle democrazie occidentali. Dal referendum su Brexit in Gran Bretagna all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, dalle elezioni italiane del 4 marzo ai «Gilet gialli» francesi che ieri hanno invaso gli Champs-Elysées, la protesta nasce nelle regioni più disagiate e trova argine solo nei grandi centri urbani con livelli di crescita assai più alti del resto del Paese. Questa sovrapposizione fra geografia, fasce di reddito e protesta politica mina dal di dentro la stabilità degli Stati-nazione in Occidente, minacciandone la decomposizione. Ed è un processo in accelerazione: basti guardare alla mappa della Francia o della Germania per rendersi conto che la protesta anti-Macron come l’estrema destra anti-Merkel sono più radicate nelle regioni dove i livelli medi di reddito sono più bassi.

Affrontare tale debolezza delle democrazie occidentali significa provare a fornire una prima risposta - di metodo e contenuto - affiancando possibili ricette contro le diseguaglianze. È un fronte sul quale si cimentano i maggiori centri studi negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna e, in tale cornice, a meritare particolare attenzione è il rapporto «Contrastare la geografia del disagio» nel quale la «Brookings Institution» di Washington propone delle «strategie» per andare incontro ai «luoghi rimasti indietro». 
Se Trump definisce il ceto medio flagellato dalla crisi come «i dimenticati» e Papa Francesco usa il termine «scartati» i tre autori del rapporto - Clara Hendrickson, Mark Muro e William Galston - guardano ai «luoghi rimasti ai margini» della crescita. Proponendo cinque formule per «recuperarli». Innanzitutto riqualificare la manodopera per consentirle di partecipare all’economia digitale ovvero investire su istruzione e formazione per consentire ai lavoratori delle aree più depresse di impossessarsi delle nuove tecnologie. In secondo luogo spingere le istituzioni finanziarie a garantire l’accesso al capitale alle imprese, anche le più piccole, che si manifestano su questi territori in maniera assai simile a come il microcredito ha consentito negli ultimi 25 anni l’accesso al capitale nelle regioni meno sviluppate di nazioni come Indonesia e Vietnam. Poi c’è il «gap di connettività» da risolvere, dovuto al fatto che i maggiori network di telecomunicazioni tendono a investire sulle nuove tecnologie solo nelle regioni più densamente popolate - le megacittà - per ottimizzare gli investimenti, ma tale scelta produce effetti assai negativi sugli abitanti delle aree «dimenticate», dove l’accesso alla connettività è più difficile, lacunoso e restringe le opportunità di istruzione, crescita e sviluppo. Al fine di far fronte alla necessità di inserire capitali e connettività nelle aree depresse il rapporto della «Brookings Institution» ipotizza la creazione di «poli di crescita» per aggredire dall’interno tali aree di sottosviluppo del XXI secolo. Ovvero, nell’impossibilità di avere risorse sufficienti per portare innovazioni e capitale in ogni angolo del Paese, può essere più realizzabile la costruzione di una decina di «centri», posizionati geograficamente in maniera da contagiare le aree più arretrate. È evidente che si tratta di ripensare l’area dello sviluppo economico nazionale, partendo da una mappa del disagio per individuare le aree più depresse al fine di aggredirle con nuove tecnologie, microcredito e connettività puntando ad innescare un domino di riqualificazione dei singoli che hanno perso il lavoro o escono dall’università con qualifiche inadatte a cercare lavoro. Ma c’è un quinto e ultimo tassello vitale per far innescare questa sfida alle diseguaglianze: gli individui devono muoversi di più sul territorio per cogliere eventuali opportunità. Perché la resistenza alla mobilità è un tallone d’Achille che imprigiona i singoli, impedendogli di scrutare opportunità lì dove si manifestano. Ovvero, Stati, aziende e banche devono darsi priorità tese a sfidare le diseguaglianze geografiche, ma difficilmente potranno riuscirci se i singoli non accetteranno i sacrifici degli spostamenti di lungo termine, in luoghi distanti, per cogliere le nuove opportunità di crescita.