Robinson, 25 novembre 2018
Vedo il mondo da un igloo. Sulla mostra di Mario Merz
Viene prima il numero uno. Poi uno più uno che fa due. Due più uno fa tre. Due più tre fa cinque. Cinque più tre fa otto. Otto più cinque fa tredici: e via così. Ogni numero è la somma dei due che lo precedono. È la famosa serie di Fibonacci, il geniale monaco matematico che visse a Pisa durante il medioevo. La successione numerica da lui creata indica una crescita molto spesso usata dalla natura: quelle cifre descrivono bene, ad esempio, come si sviluppano le spirali di una conchiglia.
Mario Merz (1925-2003) l’ha usata spesso nel suo lavoro, introducendo nell’arte una mentalità che utilizza la matematica come campo di intervento non soltanto estetico ma anche ideologico. I Numeri di Fibonacci (2002) scandiscono l’architettura ex industriale di Pirelli HangarBicocca, a coronamento della straordinaria mostra “Igloos”, a cura di Vicente Todolì con la collaborazione della Fondazione Merz. Lo spazio è abitato da oltre 30 degli igloo realizzati dal grande artista nel corso della sua vita. Quasi il doppio di quello presentati da Harald Szeemann nel 1985 alla Kunsthaus di Zurigo “al fine di formare un villaggio, un paese, una Città irreale nello spazio espositivo”. Tra questi primeggia in apertura della mostra anche La Goccia d’acqua (1987), il più grande igloo da lui realizzato. Tutto il lavoro di Merz è attraversato dall’ossessione della spirale, una forma che racchiude l’idea di espansione, crescita, movimento perenne ed è originata da un’energia iniziale, un impulso vitale che mette in moto il tutto. L’artista opera con ogni materiale possibile, i numeri, la cera, il neon, le fascine di legno, le scritte, i vimini, il vetro, il ferro, i morsetti da fabbro, per mettere in scena questa energia, che alla fine viene raccolta nella forma arcaica ma primaria dell’igloo, modello archetipico dell’abitare e del custodire. Lo dimostra il percorso cronologico in cui si dispiega l’intera esposizione: da Igloo di Giap (1968) – dove, erano gli anni del Vietnam, fa irruzione anche la storia – a Acqua scivola (1969), daIgloo di Marisa (1972) a Chiaro oscuro/ oscuro chiaro ( 1983). Fino a sconfinare nello spazio all’aperto con 74 gradini riappaiono in una crescita di geometria concentrica (1992), e otto igloo realizzati con tondini metallici e blocchi di pietra. L’artista considera la realtà come un campo in cui l’energia deve trovare un’espansione alternativa, organica, naturale e non repressivamente geometrica e ortogonale. Infatti le sue sono strutture aperte, fragili, mai definitive: che racchiudono in sé il possibile decadimento. “L’igloo è una casa – ha affermato Merz – ma una casa provvisoria. Siccome io considero che in fondo oggi noi viviamo in un’epoca molto provvisoria, il senso del provvisorio per me ha coinciso con questo nome: igloo”.