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Sulla copertina di Time Magazine del 19 gennaio 2004 si legge "How Europe lost its science star". La giovane donna con i capelli rossi, le braccia conserte e lo sguardo di sfida, tra il divertimento e l’attesa, è in effetti una science star che si occupa di stelle. Quattordici anni dopo, in seguito a molti premi, molti più articoli scritti e pubblicati e ricerche in corso e in mente, Sandra Savaglio, la donna sulla copertina — Fellow e Senior Research Scientist allo European Southern Observatory di Monaco di Baviera, alla Johns Hopkins University e allo Space Telescope Science Institute di Baltimora — è tornata in Italia, è professore di Astrofisica all’Università della Calabria e ha scritto il suo primo libro di divulgazione scientifica, Tutto l’universo per chi ha poco spazio- tempo.
Sandra, dire che lei si occupa di stelle non è esatto…
«Le stelle sono una parte veramente piccola dell’universo perché esiste la materia oscura, perché esiste il gas nelle galassie, infine esiste il gas tra le galassie. Quest’ultimo, anche se è molto tenue, contribuisce abbastanza perché lo spazio tra le galassie è immenso. Insomma, le stelle sono una percentuale piccola del totale della massa nell’universo, anche se si fanno vedere bene perché brillano».
Quando ha cominciato a studiare, cosa voleva scoprire?
«Le scoperte non le prevedi, ma mi sono messa a studiare proprio il gas tra le galassie. Lì c’è, se ti va bene, un atomo per metro cubo, quindi studiavo il vuoto in posti lontanissimi, ma tutto ciò è solo in apparenza difficile da studiare, la natura trova il suo modo per manifestarsi».
E dopo i gas, che cosa ha studiato?
«Altri gas. Prima quello nelle galassie, che tra l’altro è infestato da un ingrediente molto importante: la polvere. Poi la storia delle galassie, che è la storia dell’universo. Infine, le galassie dove avvengono esplosioni stellari e quelle dove avvengono fusioni delle stelle di neutroni».
Ha detto "studiavo cose lontane miliardi di anni luce" perché in effetti l’astrofisica si occupa soprattutto di origine e storia passata dell’universo e poco del futuro.
«Abbiamo l’occhio anche per il futuro… ma non succede spesso. Nel passato siamo a casa nostra perché lo riesci a vedere semplicemente puntando un telescopio al cielo. Guardiamo l’universo di tredici e più miliardi di anni fa, cioè quando aveva poche centinaia di milioni di anni, un baby universo».
Quindi potrebbero esserci state civiltà nate e finite?
«Forse la vita è come le erbacce, una volta che si è innestata non la debelli… Com’è che non ci hanno fatto visita? Se lo chiedeva già Enrico Fermi. Un motivo potrebbe essere l’autodistruzione. Un essere cosciente potrebbe desiderare la sua fine e causarla prima di aver la capacità di viaggiare tra le stelle».
Questo pensiero illuminante e confortante dipende dalla nostra sete di conoscere?
«La sete di conoscenza fa parte dell’animo umano. Ma anche le scimmie sono curiose, lo dimostra per esempio il loro modo di utilizzare gli strumenti: partendo da una cosa inutile come sbattere una mazza per terra, imparano a rompere le noci. Così l’astrofisica. Voglio dire, l’astrofisica fa parte delle scienze apparentemente inutili ma che portano a scoperte utili per l’umanità».
Qualcuno potrebbe essere scettico. Un esempio?
«Il Gps conosce la Relatività generale. Per geolocalizzarci, comunichiamo costantemente con una rete di satelliti che girano intorno alla Terra a una distanza di circa ventimila chilometri. La Terra ha un raggio di circa seimila chilometri, quindi ventimila chilometri non sono pochi. Il nostro navigatore e i satelliti devono conoscere l’ora con una certa precisione e saperla reciprocamente, devono cioè essere sincronizzati. Ma il tempo non è una quantità assoluta, la forza di gravità cambia punto per punto e i dispositivi si muovono uno rispetto all’altro. Nella pratica sono effetti minuscoli ma che i Gps devono conoscere se vogliamo raggiungere la nostra meta in modo preciso. Che il tempo non scorra alla stessa maniera, perché dipende anche dalla velocità relativa, oltre che dalla gravità, è una previsione fatta da Albert Einstein».
Fino a dove è possibile conoscere?
«Siamo diventati così sofisticati con la nostra ricerca del particolare e abbiamo sviluppato linguaggi diversi nonostante le leggi fisiche siano le stesse, per cui non comunichiamo più tra di noi. Un tempo gli scienziati erano filosofi e viceversa e la conoscenza la creavano partendo da principi primi. Ora abbiamo a disposizione una quantità enorme di dati da analizzare e usiamo strumenti complicati per riuscire a interpretarli. Tutto questo richiede tempo, quindi non ci "sprechiamo" a raccontarlo al grande pubblico, e questo è un male. La divulgazione scientifica, quindi, è importante, per molti motivi. Più di quelli che pensiamo».