La Stampa, 17 novembre 2018
Teresa Ciabatti, scrittrice dell’odio
Metti una sera a cena, d’estate, a Orbetello. Gli amici vengono a prenderti e tu ti sei messa il vestito più bello e i sandali dorati. «Aspetta, aspetta, passavano le ore e poi non sono venuti». Cos’era successo? «Nulla di significativo. Si erano dimenticati di me», ricorda divertita Teresa Ciabatti nella sua luminosa abitazione al Pantheon.
«Non era la prima volta che qualcuno mi lasciava da qualche parte. In precedenza mio padre mi portò a una festa e se ne andò. Anche lui si scordò di me e mi riaccompagnarono a casa dei conoscenti», racconta la scrittrice sorridendo degli incidenti che fecero di lei una ragazzina trascurata e invisibile. Teresa Ciabatti, «donna contro» della letteratura italiana, ha appena pubblicato un nuovo libro, Matrigna (Solferino, pp. 205, euro 16,50) in cui narra le zone buie e perverse della maternità con una scrittura stizzita, feroce, che ai personaggi nulla perdona. Una scrittura originata, secondo l’autrice, proprio dalla sua vita complicata, dall’essere stata spesso messa all’angolo e ignorata: «L’essere stata rifiutata mi ha dato molta forza», osserva.
Sceneggiatrice – ha collaborato con Paolo e Carlo Virzì alla versione cinematografica del suo primo libro Adelmo, torna da me e ad altri lavori cinematografici -, Ciabatti è una vera dark lady della letteratura. La più amata, come recita il titolo del suo romanzo di gran successo classificatosi al secondo posto del premio Strega 2017, è anche la scrittrice più odiata: quando torna a Orbetello, dove è nata nel 1972, la romanziera deve guardarsi alle spalle: i concittadini non le hanno perdonato il racconto dedicato al sito toscano così attraente e così corrotto in cui è coinvolto il primario dell’ospedale (nella realtà il padre di Teresa), fascista, con medici e assistenti schiavizzati, affiliato alla loggia «deviata» di Licio Gelli. Al certamen capitolino gli odiatori avevano addirittura raccolto le firme per farla escludere dalla competizione sostenendo che la figura della protagonista offendeva l’immagine femminile (che dire, allora, di Lady Macbeth o di Crudelia De Mon). E adesso anche la sua Matrigna fa scalpore: è stato evocato il nome di Joyce Carol Oates e il personaggio della madre ambiziosa, prepotente, violenta anche nei confronti dei figli, crea imbarazzo tra critici e lettori.
Le eroine negative dei suoi romanzi sono egoiste, folli e depresse e in qualche caso tentano anche il suicidio. C’è un tratto autobiografico in questa disperazione femminile?
«La mia famiglia dopo le scuole a Orbetello scelse di mandarmi a Porto Ercole. La mia classe era composta da ragazzi difficili, i compagni amavano lo sballo, erano borderline e io avrei voluto aiutarli a superare le difficoltà. Ma i miei genitori mi proibivano di frequentarli. Niente feste, balli o uscite notturne. Per protesta metto in atto un gesto dimostrativo. Butto giù una dozzina di aspirine. Ero sicura che non sarei morta. L’ho fatto per poterlo raccontare, avevo dentro un forte desiderio di affabulazione».
La reazione di mamma e papà?
«Mi portano dallo psicoanalista, si accorgono che esisto. Non rinuncio alle scelte clamorose. Continuo a ingoiare aspirine, diminuendo un po’ il numero».
E poi?
«Ci trasferiamo a Roma al quartiere Parioli. Cerco di inserirmi nel giro dei giovani che frequentano Piazza Euclide e dintorni. Per omologarmi mi faccio confezionare abiti su misura in stile pariolino. Per la festa dei 18 anni scelgo un completo verde con fiocchi e pizzi. Aspetto cento persone a villa Miani, posto chic e molto trendy. Non viene quasi nessuno. Ho sempre annotato le frustrazioni, buttato giù inizi di romanzo. La prospettiva era quella di uno sguardo esterno a un contesto che non mi voleva».
Data la sua proclamata marginalità come ha fatto a inserirsi nel mondo della letteratura?
«All’università mi iscrivo a Giurisprudenza ma la folla degli studenti mi terrorizza e passo alla facoltà di Lettere. La prima lezione a cui ho assistito è stata quella del professor Alberto Asor Rosa. Sono andata via prima della fine. Non avevo capito una parola. Da allora ho cercato sempre di circolare alla larga da Asor Rosa, la sua dotta presenza mi inquietava. Nel frattempo continuavo a impegnarmi sulla pagine e ho mandato il dattiloscritto alla casa editrice Einaudi, al mitico Severino Cesari che ha molto apprezzato la voce narrante».
L’esordio cambia la sua vita?
«I miei libri hanno avuto anche molte stroncature. Alcuni critici hanno detto che non appartenevano alla letteratura. Questo mi ha fatto molto piacere, voleva dire che ero caratterizzata da un tratto innovativo».
Ha abbandonato lo Struzzo per un altro editore, come mai?
«Non sono mai stata contesa. Né dagli editori né dagli uomini, i miei amori sono sempre stati unilaterali. L’unico che mi ha ricambiato è mio marito (lo sceneggiatore Antonio Leotti, ndr.). L’ho conosciuto alla scuola Holden di scrittura. L’ho rivisto dopo dieci anni. Ma anche con lui ho dovuto insistere molto».
DopoMatrignacosa sta progettando?
«Una storia che da tempo covo dentro, così spietata che quasi non ho il coraggio di affrontare. È la vicenda di due sorelle. Il cemento che le unisce non è l’amore ma l’odio».