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 2018  novembre 17 Sabato calendario

L’onda blu contro Trump c’è stata

Quarantaquattro anni fa ero un giovane consulente politico. Il Watergate monopolizzava i titoli dei giornali quando i miei colleghi e io contribuimmo alla vittoria durante un’elezione straordinaria del Congresso in un distretto del Michigan, che per 25 anni era stato rappresentato da un vicepresidente molto popolare, Gerald Ford. I titoli dei quotidiani americani proclamarono: «I democratici vincono il seggio di Ford e chiedono a Nixon di dimettersi».
Dopo le elezioni di Midterm 2018, il gruppo dei democratici neo eletti al Congresso non farà richieste così audaci, ma come nel 1974 ci fu un referendum su un altro presidente polarizzante, Richard Nixon, nel 2018 c’è stato un referendum su Donald Trump. Il titolo che l’Europa dovrebbe leggere con soddisfazione recita: «È tornata la democrazia americana». Nella più grande ondata elettorale dopo il Watergate, l’America ha iniziato a rafforzare la propria democrazia e a ripudiare il «Trumpismo» in attesa della battaglia decisiva del 2020.
I risultati delle elezioni del 2018 sono i più spettacolari che abbia visto nella mia vita. Per i Democratici con la D maiuscola la rivincita è straordinaria. Due anni fa furono esclusi dalla Casa Bianca e da entrambe le Camere. Adesso hanno vinto più seggi in un’elezione di metà mandato che in qualsiasi altro momento dal 1974, a 60 giorni dalle dimissioni di Nixon. I democratici hanno ottenuto il governatore in sette Stati, incluso in quello più repubblicano – il Kansas. Importante anche la vittoria in Wisconsin che, solo due anni fa, Trump espugnò a sorpresa.
I segni della sconfitta
Nonostante una mappa elettorale che ha favorito i repubblicani, quasi il 18% di americani in più al Senato ha votato per i candidati democratici, piuttosto che per i rivali. Se i repubblicani aumentano leggermente la loro maggioranza al Senato, i democratici battono un candidato repubblicano nello Stato chiave del Nevada e l’Arizona elegge il suo primo senatore democratico da trent’anni a questa parte. È un risultato che abbatte il soffitto di cristallo, la barriera invisibile della discriminazione, premiando una donna apertamente bisessuale.
È stata una brutta nottata per i repubblicani. Sei assemblee legislative statali sono finite in altre mani, il controllo dei partiti si è spostato verso i democratici in oltre 290 singole competizioni statali, quattro Stati hanno scelto di espandere il diritto di voto, incluso un emendamento costituzionale in Florida, osteggiato da Trump, che fa sì che 1,5 milioni di cittadini dello Stato possano votare contro Trump nel 2020. È vero, il presidente da due anni cerca di svuotare l’Obamacare, ma al contrario delle sue previsioni, due Stati hanno votato per rafforzarlo.
Cosa significa tutto ciò? Sotto tutti i punti di vista – dal momento che il Presidente punta alla rielezione nel 2020 – questo voto ha rappresentato un duro colpo. Dovrebbe essere un campanello d’allarme per lui.
Non solo perché i democratici hanno trionfato, ma perché la democrazia ha prevalso: si stima che 113 milioni di persone abbiano partecipato alle elezioni di Midterm, le prime a superare i 100 milioni di elettori. La nazione ha eletto il primo governatore apertamente gay in Colorado e quasi eletto governatori afroamericani in due Stati della vecchia confederazione, Georgia e Florida.
Chi ha fatto la differenza? Il voto delle aree rurali ha aiutato i repubblicani a vincere seggi in Senato, negli Stati repubblicani. Ma sono stati i millennials e le donne a fare la differenza nel cambiare la maggioranza al Congresso e negli Stati che Trump deve vincere nel 2020. Nel 2014, alle ultime elezioni di metà mandato, solo il 19,9% degli elettori tra i 18 e i 29 anni si era preso la briga di votare. Questa volta, quel numero è aumentato del 55% fino al 31%. I democratici hanno conquistato i giovani per il 35%, hanno vinto il voto femminile complessivo, scartando di quasi venti punti i repubblicani.
Ho scritto di questa ipotesi proprio su questo giornale, mesi fa; presto il numero delle donne elette al Congresso sarà il maggiore di tutta la storia americana. C’è stata un’ondata di affluenza da entrambe le parti; il che rende il risultato ancora più minaccioso per un presidente che ha bisogno di conquistare stati come il Michigan, la Pennsylvania e il Wisconsin per essere rieletto. Non può incolpare la disaffezione tra la base del fallimento del suo partito: la sua base c’era – ma non era abbastanza ampia in un anno in cui giovani, donne e ispanici sono accorsi alle urne in segno di rifiuto per la sua presidenza.
Cosa accadrà dopo? Trump è finito? Non necessariamente. Il sistema politico americano non è mai così drastico. I presidenti svegli hanno nove vite; Ronald Reagan, Bill Clinton e Barack Obama si sono tutti ripresi dalle perdite devastanti delle loro prime elezioni di medio termine e hanno tranquillamente rivinto le elezione. I democratici devono muoversi con cautela, per usare la loro nuova maggioranza al Congresso, per attribuire a Trump le sue responsabilità e scegliere un candidato capace di vincere nel 2020.
Ma non è finita
Per quella data dovranno mettere a punto una politica estera, con un’alternativa al trumpismo a livello globale, cercando anche di riconnettersi con gli elettori di Trump recuperabili negli stati industriali che Hillary Clinton ha perso. Quegli elettori che si sentono lasciati indietro dalla globalizzazione. In altre parole, Trump non è l’unico a dover sostenere un ruolo difficile. Ma per il mondo preoccupato della presidenza Trump, che si chiedeva se l’America fosse ancora l’America, c’è una buona notizia: il ritorno al tradizionale ruolo degli Stati Uniti nel mondo adesso è meno lontano. Il titolo di questa elezione può richiamare quello del 1974, che tanti cambiamenti portò con sé. Solo che questa volta sarebbe: «I democratici si prendono 40 seggi – e potrebbero limitare Trump, trasformandolo in un presidente da un solo mandato». Almeno per qualche giorno, l’America è di nuovo l’America. —
Traduzione di Carla Reschia