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 2018  novembre 17 Sabato calendario

Storia del palazzo di Montecitorio

Cento anni fa, il 20 novembre 1918, subito dopo la fine della Prima guerra mondiale, veniva inaugurata l’aula della Camera dei deputati, ricavata dalla ristrutturazione del Palazzo Montecitorio, già sede del tribunale della Curia, ad opera del grande architetto liberty siciliano Ernesto Basile, unendo così i festeggiamenti per la pace ritrovata e per l’inaugurazione del luogo simbolo della democrazia parlamentare italiana. Cento anni dopo, a ricordare l’anniversario, nella stessa aula si svolgerà una cerimonia solenne, aperta dal presidente Fico e con la partecipazione del Capo dello Stato Mattarella, a lungo deputato proprio sugli stessi scranni, che un attento documentario di Sky Arte, presentato per l’occasione, descrive fin dai giorni in cui il progetto dell’aula era solo sulla carta e dovevano ancora cominciare i lavori per l’ampliamento dell’edificio, originariamente realizzato dal barocco Bernini.
Fa un certo effetto scorrere le immagini del film, dedicato, com’è nella vocazione della rete, quasi soltanto all’aspetto artistico e monumentale del manufatto, scoprire il tentativo di collegare il disegno all’obiettivo di realizzare un «Palazzo del popolo», definizione che dovrebbe piacere molto alla maggior parte degli attuali eletti, provenienti dal Movimento 5 Stelle; apprendere che il Transatlantico, il cosiddetto «corridoio dei passi perduti» adiacente all’Aula, teatro di tanti incontri informali, manovre grandi e piccole, accordi dell’ultima ora, era stato immaginato dal progettista proprio a quello scopo; attraversare i saloni principali, la Sala della Lupa e quella della Regina, legate a passaggi storici importanti, come la proclamazione della Repubblica dopo il controverso risultato del 2 giugno 1946 o la decisione di ritirarsi sull’Aventino dell’opposizione al momento della trasformazione del fascismo in regime.
Ma ancor di più colpisce, al cospetto della gazzarra quasi quotidiana che ormai affligge i due rami del Parlamento, lo svolgersi ordinato – ancorché teso e interrotto da conflitti – della vita politica, che il documentario tratteggia in modo forse troppo essenziale e senza un vero tentativo di descrizione, nei settant’anni della Repubblica. Come se ormai appartenesse a un tempo perduto per sempre.