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 2018  novembre 09 Venerdì calendario

Intervista a Ivano Fossati

A 19 anni Giorgio Gaber si accorse di avere una voce e incominciò a cantare. Era l’estate del 1958, sessant’anni fa, e Gaber – ragioniere e aspirante jazzista – partì per Genova per suonare con Luigi Tenco. A 19 anni Ivano Fossati -  diplomato al liceo classico, magazziniere a tempo perso e appassionato di jazz e beat – incontrò Gaber."Era il 1970 e lui si esibiva al Teatro Margherita con Mina” ricorda Fossati con l’entusiasmo di chi descrive un incontro decisivo, “io avevo scoperto da poco Chissà dove te ne vai e la ascoltavo in continuazione, ed era strano perché all’epoca mi piacevano solo Animals, Rolling Stones, Beatles, Jimi Hendrix”. Quindici anni dopo la morte di Gaber, avvenuta il primo giorno del 2003 (1 gennaio 2003), Fossati si è assunto il compito di riepilogare la sua opera in quindici canzoni producendo il cd Le donne di ora, cofanetto che esce oggi con la registrazione originale dell’inedito che dà il titolo alla raccolta. 
I due, a prima vista, non sembrano avere molto in comune, a parte le origini jazz, gli esordi rock e una certa predilezione per ballate calme, edificate sui testi. Ma forse la filiazione e l’influenza in musica si fa per differenza più che per somiglianza. “Mi ricordo che a teatro aspettavamo La Torpedo Blu”, continua Fossati, “e invece Gaber mise in scena il Signor G, in cui alternava per la prima volta canzoni e monologhi. Il pubblico era spiazzato, ma alla fine esplose”. 
È giusto dire che Gaber fu il primo italiano a considerare e praticare la canzone come oggetto culturale? 
"Non lo so, è uno che potrebbe sempre smentirci, però l’intuizione del teatro-canzone dice tanto di lui. Aveva un’idea precisa di drammaturgia, è questo che lo distingue. Già in tv le sue canzoni erano messe in scena: se osservi come si muove, le mani, il viso, la voce, è teatro. Il rock è molto teatrale, pensa a Ian Anderson dei Jethro Tull che sul palco si trasformava in un folletto, mentre in Italia si pratica poco”.
La musica italiana è divisa in scuole legate alle città. Quando lei ha iniziato Milano era più o meno lontana da Genova?
"Era più lontana, ma era l’approdo naturale dei musicisti genovesi. Tutto quello che non poteva accadere a Genova, accadeva a Milano. C’erano Gaber, Jannacci e Celentano, un altro che ha messo in scena il personaggio già in modo consapevole. Ma la drammaturgia di Gaber è più pensata, scritta. Quando lo incontravi fuori dal palco era come parlare con un autore di teatro, un drammaturgo”.
Riassumere cinquant’anni di carriera in quindici canzoni non è facile. Qual è stata la rinuncia più faticosa? Se io fossi Dio,  per esempio, non c’è.
"Ho scelto quello che mi piaceva di più. Certo, potevamo fare altri cinque dischi come questo. L’idea mi è venuta in un laboratorio all’università di Genova, vedendo che i ragazzi sapevano che Gaber era importante, ma non lo conoscevano. Abbiamo privilegiato gli anni Sessanta perché c’è una continuità forte tra le due fasi: Giorgio Gaber i segni formidabili di chi era li ha dati subito. Sapeva di essere diverso. Non a caso come paroliere scelse Umberto Simonetta, uno scrittore”.
Lei parla di Gaber come di un maestro, ma il suo modo di esibirsi non è teatrale...
"Non è una cosa che mi viene, ma ci avrei tenuto. Negli ultimi concerti teatralizzavo, nel senso che parlavo di più, ma finiva lì. Nel caso di Gaber invece il gesto è sapiente, sia corporeo che vocale”.
Cosa significa produrre musica che già esiste? Che tipo di lavoro avete fatto?
"È stato un restauro. Abbiamo trattato le canzoni come fossero dipinti antichi. Negli anni Sessanta si registrava in fretta, la cultura del suono e le tecnologie di oggi non esistevano. Gaber non amava la sala di incisione. Era istintivo, bravissimo, ma non curava tanto le cose. Guardando da vicino le canzoni ho capito che aveva una grande tecnica, era un grande cantante”.
Ha mai suonato con Gaber, non dico in pubblico, ma tra amici?
"Ci siamo incontrati a casa sua a Milano e in Toscana, ma non ci è mai capitato di suonare. Con lui si parlava soprattutto, fino a tardi”.
La tecnologia permette di suonare con chi non c’è più. Nel secondo cd c’è la versione originale di Le donne di ora che lei ha masterizzato, riarrangiato e in cui ha suonato. 
"Le donne di ora è stata una bellissima opportunità. La canzone è molto bella, ma fu abbandonata perché qualcosa non funzionava nella struttura. Così, d’accordo con la fondazione Gaber, gli abbiamo ricostruito una specie di band con un suono plausibile, tagliando e accorciando. Io ho suonato chitarre, organo Hammond, tutti gli strumenti tranne quelli che c’erano già, come la batteria”. 
DelleDonne di ora Gaber dice: “Certo hanno poco potere e questo è ingiusto e volgare / ma quando un giorno l’avranno che cosa faranno, Dio solo lo sa”.
"È un verso molto umano. Non conta solo quello che si dice, ma come lo si dice. Le donne farebbero male ad arrabbiarsi”.
A differenza di Gaber lei ha scritto per altri, soprattutto per le donne. 
"È vero, ma è stato normale perché le donne erano di più e più brave. Forse alcune canzoni avrei dovuto tenerle per me, i miei discografici me lo hanno rimproverato, ma mi sembrava di avere una capacità di scrittura talmente fluida. Era una specie di delirio di onnipotenza, ero convinto che avrei scritto canzoni sempre più belle”.
A quali altri musicisti del Novecento si sente legato oltre a Gaber?
"Sto curando la sezione su Jimi Hendrix di una mostra intitolata Paganini rockstar che sarà inaugurata a Genova il 19 ottobre. Accostare Paganini e Hendrix è interessante perché è riduttivo considerarli solo virtuosi. Studiando Hendrix mi sono accorto che sta crescendo: le rivisitazioni jazz e colte delle sue canzoni sono numerose e importanti”.
Mi colpisce che lei abbia usato l’espressione “sta crescendo”. Voi musicisti vi chiedete mai se la vostra musica cresce? Se sbiadisce con il tempo?
"Ogni tanto mi viene il laccio alla gola pensando di scrivere sciocchezze che tra vent’anni saranno considerate spazzatura. Altre volte penso che forse nelle mie canzoni c’è qualcosa di buono che non riconosco perché nessuno sa valutare la propria musica. Ma non conosco nessuno che mentre scrive pensa al futuro. Si scrive e basta, attanagliati da quella paura che ogni tanto prende anche a me. Dopodiché, chissenefrega: alcune canzoni reggono e altre meno. Non credo che Jimi Hendrix ci pensasse”. 
Anche per chi le scrive le canzoni sono ricordi legati a periodi della vita?
"Io non ascolto mai le mie canzoni. Quando mi capita di sentirle alla radio, cambio canale. È una tortura. Vorrei cambiare sempre qualcosa. A volte le reincido. Ma è come ristrutturare casa: dopo un po’ non funziona perché dovresti reinciderle in eterno”.
Lei si è ritirato nel 2012. Scrive ancora canzoni?
"Sono sempre qua che scrivo. Scrivere è la cosa che mi piace di più del mio mestiere. Scrivo e registro, per gli altri artisti naturalmente, e mi piace. Le mie giornate sono molto piene. Quando è venuta l’idea di masterizzare le canzoni di Gaber, mi sono detto: ’Finalmente starò chiuso in studio per mesi’”.