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 2018  novembre 16 Venerdì calendario

Chiese vuote: a messa meno di uno su tre

Se papa Bergoglio volesse trovare una terra dove c’è un disperato bisogno di diffondere la parola del Signore e piantare i semi della fede, non dovrebbe guardare lontano. Quel luogo inizia subito al di là dei sagrati delle nostre chiese: sono le strade e le piazze d’Italia. Senza una scossa, un evento oggi imprevisto e inimmaginabile, l’attuale pontificato passerà alla storia del nostro Paese per essere quello durante il quale sono avvenuti due sorpassi ritenuti impossibili appena una generazione fa. Il numero degli italiani che non va mai a messa, nemmeno una volta l’anno, sta superando il numero dei fedeli che entrano in chiesa ogni domenica, e i matrimoni civili, già maggioritari in alcune regioni, sono a un passo dal raggiungere quelli religiosi pure a livello nazionale. Non si va più dal prete, insomma, nemmeno per sposarsi. E questo avviene nell’apparente indifferenza del Vaticano: Bergoglio sembra infatti considerare persa la causa dell’Italia, al pari di quella europea. I numeri indicano un processo in fase di accelerazione. Appena diciassette anni fa, nel 2001, gli italiani che dichiaravano di frequentare un luogo di culto almeno una volta a settimana erano più del doppio rispetto a quelli che ammettevano di non andarci mai: 19,5 milioni (il 36,4% per cento della popolazione) contro 8,5 milioni (il 15,9%). Numeri che non erano cambiati di molto nel 2005, quando morì Karol Wojty?a e Joseph Ratzinger gli succedette come papa. Otto anni dopo, nel momento delle dimissioni di Benedetto XVI e dell’arrivo di Francesco, le cose erano cambiate: i non praticanti assoluti avevano superato i 12 milioni ed erano diventati più del 21% della popolazione, mentre gli italiani che andavano a messa ogni domenica erano scesi a 17,3 milioni. Andazzo che Bergoglio non è riuscito a invertire, anzi: nel 2016 i cattolici osservanti si sono ridotti a meno di 16 milioni e il numero di italiani che non hanno seguito alcuna funzione religiosa durante tutto l’anno ha sfiorato quota 13 milioni. Il 22,7% dei nostri connazionali, dunque, si astiene da ogni pratica religiosa, che è seguita regolarmente dal 27,5% degli italiani: il minimo da quando esiste questa statistica, e probabilmente da quando il cristianesimo si è diffuso nella Penisola. La demografia dice che il sorpasso avverrà presto, perché nelle generazioni più giovani si è già verificato. Nella fascia d’età tra i 20 e i 24 anni, uno su tre non va a messa nemmeno una volta l’anno, mentre coloro che lo fanno ogni domenica sono solo il 13,3%: è un fenomeno recente, all’inizio del millennio i sismografi della società non registravano nulla di simile. Ad ascoltare le prediche e prendere la comunione sono quindi, in quota sempre maggiore, gli anziani: tra gli ultra-sessantacinquenni, quelli che lo fanno settimanalmente sono quattro su dieci. È il segno di tante cose, ma soprattutto del fatto che la Chiesa, o almeno la Chiesa italiana di questi anni, tanto apprezzata dai laici progressisti che da decenni attendevano un papa disposto a venire a patti con la modernità, sopravvive solo grazie ai fedeli ?ereditati? dal passato e non riesce a dare ai giovani un senso d’appartenenza e d’identità. Ad arginare la frana provvede il Mezzogiorno d’Italia, unica area del Paese in cui i numeri di coloro che vanno in chiesa sembrano quelli del decennio scorso. In Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna e Toscana la disaffezione verso la religione è altissima e anche nel Nordest le cose stanno cambiando: un anno fa, da un sondaggio della Demos di Ilvo Diamanti, è emerso che in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e nella provincia di Trento solo due persone su dieci attribuiscono un significato religioso al Natale (e pure in questo caso, il loro numero è crollato negli ultimi anni). La rottura del legame tra italiani e Chiesa non risparmia, ovviamente, i matrimoni. Il rito civile ha sorpassato quello religioso in tutte le regioni del Nord, dove il sacerdote ormai è chiamato in causa solo in quattro cerimonie su dieci. Lo stesso avviene in Toscana e nel Lazio. Se il giuramento davanti all’altare resta maggioritario nel Paese è solo grazie alle regioni meridionali, dove l’abbandono del sacramento è assai più lento che altrove. Ma a livello nazionale la forbice si è fatta comunque strettissima e le unioni celebrate in chiesa, oggi, sono solo il 53% del totale. Tempo pochi anni (cinque? dieci?) e anche i numeri diranno che la millenaria simbiosi tra Italia e Chiesa è argomento da libri di Storia e nulla più.