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 2018  novembre 16 Venerdì calendario

La prima biografia del fotografo Steve McCurry. Intervista

Per molti Steve McCurry è il fotografo vivente più famoso al mondo. Il suo scatto Ragazza afghana, che ritrae la giovane orfana Nasir Bagh, con i suoi occhi verdi cristallo e il velo amaranto, è una delle immagini più iconiche del XX secolo, seconda solo agli scatti di Neil Armstrong sulla Luna e il ritratto di Che Guevara. Americano, classe 1950, Steve McCurry ha alle spalle quarant’anni di viaggi, scatti e storie incredibili. Per la prima volta vengono raccolte tutte nella sua prima biografia ufficiale, firmata dalla sorella maggiore e angelo custode Bonnie. Fotografo e sorella saranno in Italia da domani, dove presenteranno il libro prima alla Nuvola Lavazza di Torino, e domenica a Bookcity di Milano. 
Steve McCurry: Una vita per immagini è il titolo perfetto per riassumere una carriera. Lei quando e perché ha iniziato a scattare fotografie? 
«Al college studiavo arte: tra i vari corsi ce n’era uno di fotografia. Ho capito da subito che mi piaceva questo linguaggio. Mi sembrava un mezzo incredibile per esplorare il mondo in cui viviamo».
All’inizio lavorava per un giornale locale di Philadelphia, poi a 27 anni si è licenziato. Perché?
«La verità è che all’inizio volevo solo viaggiare, e la fotografia era il modo per farlo. Ho lavorato lì giusto il tempo di mettere da parte qualche soldo. Poi ho comprato un biglietto di sola andata per l’India. Avevo in mente di stare lì sei settimane. Il viaggio è durato due anni».
Poi ci sono stati Pakistan e Afghanistan. Lei era l’unico fotografo occidentale riuscito a entrare in Afghanistan prima dell’invasione russa. Cosa ricorda di quegli anni?
«Avevo deciso di entrare in Afghanistan senza passaporto, perché non rilasciavano visti all’epoca. Ho camminato due o tre giorni per arrivare nelle zone calde. Quando sono tornato in Pakistan, però, ho nascosto i negativi nei vestiti, tenendo nella borsa solo negativi finti. Ero vestito da afghano e quella prima volta mi andò bene. Ma nel corso degli anni ho passato quel confine almeno 30-40 volte: quattro volte sono stato arrestato, una volta sono stato completamente derubato. Un’altra volta, sette uomini armati ci hanno sparato». 
Nessun altro libro contiene così tante sue foto. Ha degli scatti preferiti o immagini a cui è più legato? 
«Non ho mai avuto fotografie preferite. Certo, prediligo i ritratti, ma anche gli scatti che mostrano il comportamento umano e come ci interfacciamo con la natura o con gli animali. Come dico spesso, se sai aspettare, le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto».
Sua sorella racconta anche aspetti intimi della sua vita. Quali sono i momenti peggiori che ha affrontato?
«Sono nato nel 1950 nella periferia urbana di Philadelphia. Da piccolo giocavo nei boschi. È cambiato tutto quando nostra madre è morta, avevo otto anni. Sono stato mandato in collegio, lontano da tutti: è stato il periodo più buio della mia vita. Mi sentivo rinchiuso. Da qui arriva la mia passione per il viaggio».
Il libro spiega anche l’influenza dell’11 settembre su di lei.
«Ero a New York quel giorno. Mentre guardavo Ground Zero, prima che crollasse, capivo che erano tutti intrappolati. Non si può descrivere quello che avevo di fronte quel giorno».
Quel giorno lei corse verso le Torri mentre tutti scappavano. Quando fotografa non ha mai paura?
«Ho lavorato in molti luoghi pericolosi, correndo dei rischi, pur rimanendo attento. Credo sia fondamentale mostrare il mondo così com’è. Se sei un fotografo documentarista, mantieni il sangue freddo. Bisogna rinunciare a certi scatti, ma spesso è meglio un rischio calcolato che arrendersi per timidezza».
Per cosa vuole essere ricordato Steve McCurry?
«Più di tutto vorrei essere ricordato per aver fotografato le cose in comune che ci sono tra le persone e le culture. Siamo molto più simili di quanto crediamo. Abbiamo molte meno differenze di quanto ci sembra». 
Lei ha scattato molte foto anche in Italia. Cosa l’ha colpita del nostro Paese?
«L’aspetto migliore dell’Italia è la sua gente. L’ospitalità italiana è senza rivali. Non c’è posto più amico. E poi avete rispetto per la cultura e la voglia di preservarla. In molti posti del mondo la storia, la cultura, l’architettura è stata completamente distrutta, ma l’Italia mantiene la sua bellezza. Sono convinto che in Italia ci sia più che in qualsiasi altro Paese».
È cambiat
a negli ultimi anni? 
«Certo, le città sono diventate più grandi, omogenee, globali, perdendo
alcune peculiarità. Ma c’è ancora una fortissima identità italiana: basta guidare in campagna. È un’esperienza unica».
Torniamo alla fotografia: c’è ancora un futuro per il fotogiornalismo di qualità? Cosa consiglia ai giovani fotografi?
«Ci vuole pazienza e disciplina. Fatica e tempo. Ma sempre guardando avanti. Rimanendo concentrati, tenendosi occupati. Ai giovani fotografi dico: siate curiosi delle cose attorno a voi. Ma è anche importante studiare i grandi del passato: Cartier-Bresson, Dorothea Lange e W. Eugene Smith, André Kertesz. Ma anche Fellini, De Sica, Rosselini, per nominarne alcuni».
E lei, invece, che storia non ha ancora raccontato? Smetterà mai di fotografare?
«Vorrei ancora raccontare alcuni luoghi a me cari, come il Madagascar e l’Iran. Ma non c’è pensione in questo settore. Perché non è un lavoro. Questa è la mia passione. La mia arte».