Sugar lo inventò lei?
«Sì, perché ero un fan di Sugar Ray Robinson che sul ring poteva fare tutto. Conoscevo pugno per pugno tutti i suoi incontri. Anche se la versione ufficiale è che sia stato Tom Sarge Johnson, allenatore olimpico, a darmi il soprannome. Papà mi chiamò così in onore di Ray Charles, che nel ’55 era in testa alla classifica con la canzone I got a woman. I miei lavoravano sodo: Sally, mia nonna, il giorno dopo aver partorito era già a faticare nei campi; Cicero, mio padre, era responsabile notturno di un supermarket; mia madre Getha era nurse in ospedale. Ero il terzo di sei figli. Molti in palestra erano critici: non sarei andato lontano, ero piccolino, non il nero grande e grosso».
Lei fu molestato.
«Più volte. Da uomini. Ma allora non c’era un movimento pubblico, stavi zitto, la consideravi una vergogna. Nel ’71 un coach olimpico portò me e un mio compagno in un bagno turco, ci fece spogliare e rimase lì a girarci attorno, in maniera sospetta. La volta dopo in macchina con lui, in un parcheggio, mi slacciò la cerniera dei pantaloni e me lo ritrovai addosso. Rimasi paralizzato, prima di trovare la forza di scappare. Dopo 5 mesi mi è ricapitato, ma questa volta era un amico bianco in giacca e cravatta, di cui mi fidavo, che mi chiese di salire nel suo ufficio. So che tutti pensano: eri un pugile, avevi i mezzi per difenderti. Non è così, quando sei giovane, ti colpevolizzi, pensi che in te ci sia qualcosa di sbagliato, subisci invece di reagire».
Lei è a favore di una schedatura dei molestatori nello sport?
«Io non ho la ricetta giusta, ma è chiaro che la molestia arriva da un rapporto di potere: io sono l’allenatore esperto e tu mi devi obbedire. Guardi quello che è capitato nella ginnastica americana: 20 anni di abusi, su bambine, da parte di un medico federale che diceva di fare test per il loro bene. Se penso a quello che ha sopportato in silenzio Simone Biles mi viene male. Schedare è brutto? Si trovi un altro modo per tutelare gli adolescenti che credono di trovare nello sport dei maestri e invece vengono traditi in maniera disgustosa».
I giovani oggi vogliono ancora fare i pugili?
«Il sogno resta, ma è quello della ricchezza, della fama, di arrivare in tv. Soldi, successo, sesso. Quello che non vogliono più è sacrificarsi, lavorare duro. Hbo, la rete che trasmetteva la boxe, ha deciso che non valeva più la pena di puntarci, bene ha fatto Dazn a subentrare perché negli angoli più polverosi del mondo il ring è l’unico sogno possibile. I buoni pugili ci sono, il mio preferito è Errol Spence».
Lei vinse ai Giochi del ’76 che era già papà.
«Avevo avuto Ray jr a 17 anni nel ’73. Quando chiamai casa per dire che era nato, mia madre riattaccò. Va bene, era dispiaciuta, ma non fu il massimo. Nemmeno io sono stato un buon padre, ero troppo giovane per quella responsabilità, mi misi subito a tradire mia moglie mentre lei per mantenermi aveva lasciato la scuola per andare a lavorare in una pompa di benzina. Non ne vado fiero e non cerco giustificazioni. Mio padre aveva fatto la stessa cosa, andava con molte donne, anche bianche, mamma una notte gli piantò un coltello nella schiena e un’altra ci caricò tutti in macchina, era sconvolta, infatti avemmo un incidente. Il senso del combattimento l’ho preso da lei, mai stata arrendevole. È stata l’avversario più duro».
All’angolo aveva i migliori: Jacobs, Trainer e Angelo Dundee, ex di Ali.
«Angelo mi urlava, e a me non piaceva, ma quando contro Hearns tra il 13esimo e 14esimo round mi ha gridato: "You’re blowing it", "La stai buttando via", Dio se l’ho amato. Mi ha dato la carica per tirare fuori la furia, tanto che l’arbitro ha interrotto l’incontro perché Hearns ormai era uno zombie. Ho riamato Dundee nel match contro Hagler, io che ero stato operato alla retina, ne vedevo tre di Hagler sul ring, lui mi suggerì: colpisci quello in mezzo».
E prima nell’80 c’era stato Duran, Mani di Pietra.
«Lo scontro tra opposti: io ero quello pieno di charme, lui il brutto cafone. Al party di presentazione Duran disse che me lo avrebbe messo in quel posto e fece gesti osceni, mosse l’inguine. Io non sapevo cosa rispondere, il mio staff aveva sempre insistito: sorridi e sii educato. Al peso Duran ribadì: prima avrebbe fottuto me, poi si sarebbe fatto Juanita, mia moglie. Ci riuscì, nel senso che per me diventò un incubo, sequestrò la mia vita, mi fece schiavo, lo vedevo ovunque. Quando si dice che se un pugile ti entra nella testa ha già vinto, è vero. Joe Frazier non scherzava dicendo che gli occhi di Duran gli ricordavano quelli di Charles Manson. Sul ring accettai la rissa, mia moglie dalla violenza svenne all’ottava, io persi ai punti, con Duran che gridava: sono io il vero macho. Il pubblico che all’inizio era per me, si spostò su di lui: il signorino americano bastonato dalla belva latina che veniva da Panama. Nello spogliatoio chiamai un dottore, mi sanguinavano le orecchie, il dolore era terribile, pensai di lasciare la boxe».
C’era altro che non andava?
«Il mio camp sembrava quello di un rock-tour. Troppa gente, tutti mi chiedevano soldi, e io davo, ero milionario. Poi c’era il resto: continuavo a tradire mia moglie e il mio corpo. Dopo il match con Hearns le cose peggiorarono anche per me: vodka e cocaina. Arrivai perfino a dire di Hearns che in un’autopsia non gli avrebbero trovato il cervello. La rivincita con Duran fu facile, grazie al consiglio di mio fratello: ridicolizzalo. Dundee non approvava le mie provocazioni sul ring, ma non gli diedi retta, e arrivò il "No más" di Duran. Un pugile può essere grasso e svogliato, sporco, ma non deve mai rinunciare a lottare. Lui lo fece. Anch’io nell’82 feci una cosa sbagliata contro Bruce Finch: vinsi, vidi la sua famiglia che piangeva, andai a consolarla, dissi perfino: I’m sorry. Un pugile non chiede mai scusa. Avevo 26 anni, psicologicamente ero distrutto, dipendevo dall’alcol».
Arrivò anche la cocaina.
«Ti illude di avere il controllo, non sei più ansioso, ero ancora Sugar Ray, benvoluto a Hollywood e dal presidente Reagan, giocavo a tennis con Martina Navratilova, un vero fenomeno di coraggio, all’indomani di uno dei suoi tanti Wimbledon vinti. Ma spendevo mezzo milione di dollari l’anno per la coca. Juanita, mia moglie, una sera per non lasciarmi solo, tirò anche lei e quasi ne morì. Poi lei mi lasciò, io tirai fuori la mia 38, sparai, quando tornò le diedi uno schiaffo, sentii mio figlio Jarrel, 3 anni, urlare: "Lascia in pace mia madre". Fu devastante».
Lasciò il ring almeno quattro volte.
«E sono sempre tornato. Perché? Ti illudi, pensi di essere quello di una volta, ti dici: che male c’è se mi esibisco ancora una volta? Ho visto anche il vostro Gigi Buffon, ma il calcio è diverso, è uno sport di squadra. Io ce ne ho messo a scendere dal ring e ad ammettere: ho battuto Duran, Hearns, Hagler, ma non l’alcol e la cocaina. L’umiltà non era il mio forte. Oggi sono pulito da più di 20 anni e finalmente posso dire: non sono un supereroe, ma voglio essere speciale per la mia famiglia».