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 2018  novembre 16 Venerdì calendario

Scoperto com’è morto Pico della Mirandola

Finalmente la tecnologia forense ha rivelato che il più grande pensatore del Rinascimento, Giovanni Pico della Mirandola, è morto avvelenato dall’arsenico. Lo sostiene un articolo pubblicato sul Journal of Forensic and Legal Medicine, grazie al lavoro di università italiane e straniere, coadiuvate nientemeno che dal Max Planck Institute e dai RIS di Parma. La ricerca ha confermato ciò che gli studiosi seri conoscevano da sempre: gli attendibili testimoni del cadavere del giovane Conte di Mirandola, morto a trentuno anni, ne videro la lingua e le unghie nere, segno inequivocabile di avvelenamento da arsenico.
Scoperto l’assassinio, mancano da individuare i mandanti, per risolvere definitivamente il cold case. Tra i tanti: il nipote Gianfrancesco, che vedeva sfumare continuamente l’eredità sperata, visto che lo zio era uno degli uomini più ricchi d’Italia e che aveva già speso metà del suo patrimonio in libri. Il filoso e umanista Marsilio Ficino, geloso della fama che il suo collega aveva acquisito nei circoli neoplatonici dell’epoca. Piero il Fatuo, figlio di Lorenzo il Magnifico, che il padre considerava un cretino, mentre aveva dichiarato che avrebbe desiderato avere per figlio Giovanni Pico. Il Papa Innocenzo VIII forse più di tutti: il nostro, nel 1487 aveva indetto a sue spese un Concilio, invitando i più importanti teologi cristiani, ebrei e musulmani, per provare a unificare le tre religioni monoteiste. Il Papa lo condannò per eresia, e solo l’intervento di Lorenzo il Magnifico (consuocero di Innocenzo VIII) evitò che il nostro fosse catturato e bruciato vivo. E perfino Girolamo Savonarola, già suo amico, con i Piagnoni suoi seguaci, che considerava più che perniciose le 900 tesi che il filosofo aveva preparato per il Concilio. Non ultimo l’amante respinto Girolamo Benivieni, che gli sopravvisse per quarant’anni e che riuscì a farsi seppellire insieme a lui. Al di là dei mandanti, rimane un ulteriore mistero non ancora risolto: l’iscrizione sul suo sepolcro, opera del poeta Ercole Strozzi: Joannes jacet hic Mirandola, caetera norunt, et Tagus et Ganges, forsan et Antipodes. Qui giace Giovanni Mirandola, il resto delle cose lo sanno il Tago, il Gange, forse anche gli Antipodi. Che cosa significhino queste parole arcane, l’ho solo ipotizzato nel mio romanzo, 999 L’ultimo custode. Qui la tecnologia non basterà mai, e fino a oggi questo epitaffio è uno degli ultimi misteri del Conte di Mirandola.