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 2018  novembre 16 Venerdì calendario

Macron vuole la procedura per fare shopping in Italia

ROMA Nessuno, a palazzo Chigi e dintorni, crede davvero che l’Italia possa dribblare la procedura d’infrazione dopo che il governo ha risposto picche alla Commissione europea. Ma in vista di mercoledì prossimo, quando l’esecutivo di Bruxelles sarà chiamato a esprimere la sentenza sulla manovra economica italiana, il premier Giuseppe Conte, il ministro dell’Economia Giovanni Tria e i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini tentano l’azzardo. Mettono in campo una nuova strategia di riduzione del danno. Con un sospetto che è anche una certezza: il vero ostacolo è il presidente francese Emmanuel Macron, «determinato a punire l’Italia», dice un ministro di alto rango, «anche nella speranza di fare shopping nel nostro Paese. Se dovessimo essere costretti a ripianare il debito potremmo infatti essere obbligati a vendere i nostri gioielli di famiglia, come Eni, Enel, Fincantieri, etc. E gli appetiti francesi sono noti e antichi...». Ma andiamo con ordine. Da Abu Dhabi, Conte ha fatto sapere che lunedì chiamerà il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, per chiedergli un appuntamento dopo poche ore. Prima che si celebri il processo alla manovra economica e Bruxelles esprima il verdetto di condanna. E da buon avvocato, il premier non dice che proverà a strappare al governo europeo la procedura d’infrazione meno impattiva e dolorosa: quella per deficit e non per debito. Una differenza non lessicale, ma di sostanza: la prima costringerebbe il Paese a interventi correttivi di 9-12 miliardi, mentre la procedura per debito imporrebbe una cura dimagrante dolorosissima. Quasi insostenibile. Roba da 40-60 miliardi. 
CONTE, APPELLO AL VERTICE UE
Cercando di riaprire in extremis la trattativa, Conte fa sapere che chiederà a Juncker di evitare qualsiasi tipo di procedura. Qualsiasi tipo di sanzione: «Mi siederò al tavolo non per chiedergli come modulare la procedura d’infrazione, ma per invitarlo a considerare di non avviarla». Una linea confermata da Salvini e da Di Maio: «Lavoriamo per non avere la procedura». E questo appello all’indulgenza, visto che la decisione ultima verrà presa il 22 gennaio, potrebbe essere replicato da Conte domenica 25 novembre in occasione del Consiglio europeo straordinario dedicato alla Brexit.
Con tre problemi. Il primo: già al vertice Ue di ottobre Conte andò a sbattere contro il muro alzato dagli altri capi di Stato e di governo. Che, senza giri di parole, gli dissero: la manovra italiana non è credibile sul fronte della crescita, troppe spese assistenziali (per reddito e quota cento) e scarso impegno per gli investimenti. Il secondo: Roma in realtà non ha intenzione di concedere alcuna vera correzione last minute della manovra, nonostante i ripetuti inviti della Commissione. Il terzo problema: Juncker è ormai a fine mandato e quale esponente del Partito popolare, non ha interesse a favorire un appeasement con il governo giallo-verde giudicato una minaccia da gran parte delle Cancellerie europee intenzionate, come dice un’alta fonte diplomatica, a «colpirne uno per educarne cento». Conclusione: l’Italia è completamente isolata.
«La situazione è molto difficile», riconoscono a palazzo Chigi. E spiegano: «Si è formata una tenaglia contro di noi. Ci sono i Paesi del Nord, guidati da Olanda, Svezia e Finlandia, che hanno costituito un gruppo di ultrà del rispetto dei vincoli di bilancio. C’è la Germania che in nome dell’europeismo potrebbe mostrarsi più morbida, ma anche la Merkel è in forte difficoltà e non può rinnegare il credo del rispetto delle regole. E poi ci sono Francia e Spagna. Sono questi gli unici Paesi che, viste le loro difficoltà di bilancio, potrebbero offrirci sponda. Ma lo spagnolo Sanchez fa quello che dice Macron e il presidente francese è il più intransigente contro il nostro governo: pensa che ogni concessione all’Italia sia un favore a Salvini e, di riflesso, alla Le Pen. E soprattutto Parigi ha antichi appetiti sui nostri gioielli di famiglia, come Eni, Enel, Fincantieri. Gioielli che, se scattasse la procedura per debito, potremmo essere costretti a vendere. E i francesi sono lì, pronti, a fare shopping. Come i tedeschi hanno fatto in Grecia...».
Se questo è il clima, va da sé che il tentativo di riduzione del danno non ha un gran futuro.