la Repubblica, 16 novembre 2018
Il petrolio ha perso il 25% in un mese
MILANO Per gli analisti abituati a guardare i fondamentali, il mercato del petrolio ha cambiato prospettiva. Se solo fino a un mese e mezzo fa si temeva che il prezzo arrivasse fino a 100 dollari al barile per una scarsità di materia prima, ora che gli investimenti hanno ripreso a correre e le società a estrarre con più continuità, si prevede che a inizio 2019 l’offerta superi la domanda. Chi, invece, si muove considerando che la speculazione finanziaria segua soprattutto la geopolitica, non ha dubbi che ad amplificare la brusca frenata dei prezzi del greggio sia lo scontro tra Donald Trump e l’Opec, guidato dai sauditi. Per dire: un tweet del presidente degli Stati Uniti, due giorni fa, in cui” invitava” l’associazione dei maggiori produttori di greggio a non tagliare la produzione ha fatto perdere al Wti americano il 7,5 per cento in una sola seduta. È ovvio che le due tesi non sono in contrasto. Dopo aver raggiunto soltanto il 3 ottobre scorso il livello massimo degli ultimi quattro anni, il prezzo del greggio a livello globale ha perso circa il 25 per cento del suo valore. Un movimento al ribasso molto veloce: basti pensare che nelle ultime due settimane i derivati sull’indice Wti hanno chiuso le contrattazioni per dodici sedute consecutive al ribasso, evento che non si verificava da 30 anni. Solo negli ultimi due giorni è scattata la tregua: ieri il Wti ha chiuso a 56,46 dollari ( in rialzo dello 0,4%), quando il 3 ottobre scorso si era inerpicato fino quota 76,24 dollari. Per capire meglio cosa sia accaduto, occorre fare un passo indietro. A settembre il greggio ha toccato il suo massimo in coincidenza con il nuovo embargo economico decretato dall’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran. In un mercato di prezzi al rialzo, la possibilità che venissero meno gli 800 mila barili al giorno del terzo produttore di greggio al mondo ha influito non poco sul rialzo delle quotazioni. A quel punto, gli investitori hanno cominciato a notare da un lato i record di Arabia Saudita e Russia, i quali approfittando della corsa del greggio da inizio anno hanno iniziato a pompare dai pozzi a livelli record. E dall’altra, a un rallentamento della domanda in arrivo dall’Asia, causato dalla minor crescita economica, in particolare della Cina. Ma c’è un’altra concausa: il 3 ottobre è stato anche il giorno in cui il Dow Jones ha toccato il suo nuovo record, dopodiché da quel momento quasi i due terzi delle azioni dello Standars& Poor’s 500 a Wall Street hanno iniziato a perdere entrando in quella che in gergo tecnico si chiama fase di correzione, trascinando al ribasso anche il petrolio. Non per una correlazione strettamente economica, ma perché gli investitori, di fronte a una repentina discesa degli indici, hanno cominciato a vendere quello che aveva reso bene nei mesi precedenti, derivati sul petrolio compreso. Ecco perché, pochi giorni fa, nel tentativo di frenare la caduta del greggio, il ministro del petrolio dell’Arabia Saudita Khalid al Falih, ha annunciato che l’Opec e i suoi alleati concordano sulla necessità di bilanciare il mercato tagliando nuovamente la produzione. Una mossa che non è piaciuta a Donald Trump, sempre preoccupato di limitare i costi delle imprese americane. Anche a costo di sfavorire i produttori americani di greggio. In questo momento per Trump – soprattutto dopo il caso dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi – è importante non fare sconti ai sauditi. E il mercato è convinto che nel braccio di ferro il più forte risieda a Washington.