Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2018  novembre 15 Giovedì calendario

Intervista a Giorgia

Giorgia è libera. Libera di cantare quello che vuole, libera di essere la donna che vuole. Libera soprattutto di essere un’artista che vive la musica con una passione inarrestabile, senza ansie, senza gabbie. Tutto questo risalta in Pop heart, il suo nuovo album da domani nei negozi: quindici brani famosi ricantati e messi insieme sull’unica base dell’amore per la musica. Brani che saranno il “cuore” del suo prossimo tour, che si aprirà il prossimo 5 aprile e sarà anticipato da una straordinaria anteprima il prossimo 23 novembre, quando Giorgia sarà al Duomo di Milano, accompagnata dalla sua band e dall’Orchestra Roma Sinfonietta con la direzione del Maestro Valeriano Chiaravalle, per l’evento organizzato da “Per Milano” con l’obiettivo di raccogliere un milione di euro per il finanziamento di progetti per l’inserimento dei bambini con disabilità. Le canzoni di Pop heart sono tutte celebri: alcune sono inevitabili, come I will always love you di Whitney Houston, altre sono sorprendenti come L’essenziale di Marco Mengoni, Sweet dreams degli Eurythmics o Il conforto, cantata insieme a Tiziano Ferro. Ma non sono cover, piuttosto interpretazioni, nelle quali Giorgia prova a mettere insieme tutte le sue anime: «Sono brani che sento miei e sono talmente belli che puoi solo rovinarli», dice ridendo, «mi sono resa conto che era una scaletta da schizofrenica, non aveva un senso logico, temporale, ma io sono così. Ho sempre fatto convivere diverse anime, come quando ventenne cantavo Jimi Hendrix e Diane Schuur».
Come ha scelto i brani?
«È stata una selezione basata sull’ascolto. Li ho scelti non per cantarli ma per riviverli.
E ho cantato senza l’ansia di dover dimostrare qualcosa: ho iniziato con tanti dubbi, poi via via mi sono accorta che era terapeutico risentire i pezzi, entrarci dentro, scoprire cose che non avevo mai ascoltato così. È stato un esercizio vocale, ma anche psicologico ed emotivo, perché ho rivissuto alcuni miei momenti del passato».
Ad esempio “I will always love you” di Whitney Houston?
«È stato difficilissimo cantarla, perché mi ha riportato al 1992 e da allora per me tutto è cambiato.
Mi ricordo il momento esatto in cui l’ho ascoltata per la prima volta; ero di notte nel mio letto e aspettavo il momento giusto per sentirla perché quando ascoltavo i suoi dischi soffrivo, e quindi ci dovevo arrivare con calma.
Registrarla è stata una fatica, mi sudavano le mani, mi si chiudeva la gola, a un certo punto ho detto “non ce la posso fare”. Poi ho smesso di pensare a lei, ho cercato cantarla come dovevo cantarla io. E alla fine mi sono commossa».
Ha scelto di cantare anche canzoni di sue colleghe, da Madonna a Carmen Consoli.
Una bella presa di posizione nell’era del #MeToo.
«Penso che sia stato importante parlare di qualcosa che molti sapevano ma di cui non si poteva o doveva parlare e questo silenzio legittimava l’atto di non rispetto.
Ovviamente ci sono tante sfumature nei gesti delle persone ma il fatto di aver reso pubblico un comportamento sbagliato che veniva invece dato per scontato ha cambiato le cose ed è un esempio per la nuova generazione di donne che ora sa che esiste la possibilità di non dover sottostare a compromessi per lavorare...».
E non c’è invidia per le colleghe…
«Di canzoni di colleghe ne avrei cantate tante di più. Non ho il problema del confronto, nella musica non ci dovrebbe essere “la numero uno”, “la numero due”, “questa è più brava di quella”. Cantare le canzoni di altre donne è un omaggio che penso sia giusto».