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 2018  novembre 15 Giovedì calendario

“Lennie” il genio compositore fu meglio del Bernstein direttore

Cent’anni dalla nascita di Leonard Bernstein. Lo ricordo solo giovane, scattante, elegante, e con un fascino sexy un po’ da rettile, un po’ da felino, accentuato dalle ombre dello sguardo. Invecchiò precocemente. Il whisky gli aveva fatto crescere un ventre gargantuesco che rendeva penosi i balletti sul podio, ridicoli anche durante la giovinezza. Era tutto un ammiccare, un volgersi, un danzare, uno sculettare. Ciò era consono allo stile rapsodico e irrazionale delle sue interpretazioni. Nella musica propria, e in alcuni del Novecento, come Stravinskij, era grande: sebbene il Maestro russo, cultore del rigore, non potesse amarlo. Ma in Haydn, Beethoven, Brahms, Bizet, Ciaikovskij, ogni giorno andava come andava; e quasi sempre malissimo. Non parliamo di Verdi e Puccini. Una delle sue ultime apparizioni fu un’imbarazzante Bohème all’Accademia di Santa Cecilia: era impreparato, teneva la testa nella partitura per tema di perdersi. L’Europa l’ha rovinato più gli Stati Uniti: l’Europa nella quale gli facevano credere fosse più grande di Karajan. Nel suo paese, certo, fece una bruttissima azione: Dimitri Mitropoulos, uno dei sommi direttori di tutti i tempi, lesse sul giornale di essere stato licenziato dalla Filarmonica di New York, a favore del giovane arrampicatore.
Era un musicista di alta sfera. Per questo ho spiegato il suo punto debole: l’esaltazione acritica impedisce di cernere quello che lo rende immortale. Non ricorderò il pianista di talento, né quanto abbia servito alla diffusione della cultura musicale con trasmissioni televisive in apparenza facili, in realtà profonde. È stato un grandissimo compositore. E il compositore ha poco in comune con il direttore. Estroso, brillante, a volte snob, a volte pieno di pathos che gli veniva dallo straordinario dono melodico del quale era dotato: sempre con arte profonda, tecnica impeccabile, tanto maggiori quanto meno ostese.
La sua produzione si divide in due categorie. Le opere, dirò così, “ufficiali”: le Sinfonie, la Messa, i Salmi. Produzione di compositore provetto, un po’ accademico. E il resto: da West Side Story, uno dei più bei musicals mai scritti, al Candide, ai vari pezzi nei quali contamina con assoluta felicità stilistica il jazz con la composizione tradizionale. Qui ha una libertà, un estro, un’ispirazione, meravigliosi, che fanno tutt’uno con la sua libertà dalla moda e dalla cosiddetta “Avanguardia”. Anche questa contaminazione non l’ha inventata lui: prima, e con risultati supremi, l’hanno praticata Ravel, Debussy, De Sabata, Gershwin, Porter. “Lennie” ha aggiunto una sua parola a questa linea stilistica tra le più feconde del Novecento, degna dei suoi predecessori: anche se di genî come Gershwin ne nasce uno al secolo. I più grandi compositori americani del Novecento, Gershwin, Porter, Copland e Bernstein, sono omosessuali: pur se il primo, data l’epoca, non manifestasse pubblicamente la sua natura. E “Lennie”, ottimo marito e padre, omosessuale era in modo prorompente. Per un periodo della sua vita combinò questo con impegno antirazzista, se la faceva con le Black Panthers, tirava cocaina e chissà che altro, beveva. Era una manifestazione della sua gioia di vivere. Un anno (si era nei Settanta) al Festival di Salisburgo, dove dirigeva e assisteva ai concerti degli altri, prese una suite matrimoniale nel più lussuoso albergo collinare con Justus Frantz, un efebico e, musicalmente, non molto dotato pianista tedesco. Aveva sfasciato il ménage di costui con Cristoph Eschenbach, idem. Adesso questi due arrancano facendo i direttori d’orchestra, come tutti i pianisti finiti. Di Bernstein, ch’era una caricatura di Fritz Reiner, sono a loro volta una caricatura. Il genio di “Lennie” rifulge tra gli astri.