il Fatto Quotidiano, 15 novembre 2018
Luisa, Doris e Peggy: le tre Leonesse di Venezia
Anche i muri hanno orecchie. Quelli di Palazzo Venier a Venezia ne hanno sentite di ogni, e per tutto il Novecento: il gracchiare dei pappagalli, addestrati a dire parolacce; i lamenti della servitù (nera), truccata con polvere d’oro tossica; i miagolii delle ospiti, riunite in saffici consessi; i pettegolezzi sulla padrona di casa, che “sarebbe riuscita a far venire un cadavere”.
Le padrone di casa, in verità, furono tre: Luisa Casati Stampa, Doris Castlerosse e Peggy Guggenheim, che abitarono con le loro corti strampalate Il palazzo incompiuto affacciato sul Canal Grande, protagonista del saggio di Judith Mackrell, in libreria da oggi per Edt.
“Vita, arte e amori di tre celebri donne a Venezia” sono filtrati da un’angolatura molto particolare, quella di Palazzo Venier, appunto, diroccato e perennemente in restauro, infestato di piante e animali esotici, set permanente di festini e lustrini, ma proprio per questo sopravvissuto al secolo breve con astuzia femminile. Eppure il viril edificio era stato progettato nel XVIII secolo “per celebrare una dinastia patriarcale”, i Venier, il cui più illustre antenato “aveva guidato la flotta veneziana in una storica vittoria contro i turchi”: la battaglia di Lepanto (1571), cui partecipò in ciabatte, perché – a 75 anni – soffriva per i calli. Scapestrati furono invece gli eredi: alla fine dell’800 la famiglia era ormai disgregata, il blasone ammuffito e la villa in rovina.
La marchesa vi entrò nel 1910, trovandovi “un giardino con le fondazioni di un palazzo”: da allora, e per quasi 15 anni, lo trasformò in un caravanserraglio sguaiato, cuore delle notti veneziane, manco fosse Gatsby a Long Island. A Palazzo Venier era carnevale tutto l’anno: mascherate, recite, ricevimenti “orientali” con schiavi africani imparruccati e un nutrito ensemble dallo zoo – scimmie, pappagalli, serpenti, pavoni (citati da Pound nei Cantos) e un ghepardo “mansueto” perché drogato di oppiacei. Quando non usciva sola e nuda, accompagnata da un pitone al collo, Luisa si portava appresso il felino, ma non fu per lui che ribattezzò la dimora “Palazzo dei Leoni”.
Casati era “un’opera d’arte vivente”; di lei si invaghirono D’Annunzio e Marinetti e diventò nobile sposando il marchese Camillo Casati Stampa: amava molto gli uomini, tanto che alcuni le morirono tra le braccia durante l’amplesso. Anche Doris Castlerosse deve il suo cognome al marito visconte, Valentine: all’anagrafe era una Delevingne, prozia della famosa (oggi) Cara. La “salonnière” acquistò il palazzo nel 1936, sovvenzionata da uno dei tanti amanti: “Non esistono uomini impotenti, solo donne incompetenti”, questo il suo motto. Sottoposto all’ennesimo restauro, l’edificio fu inaugurato nel 1938 con una sfarzosa festa, cui partecipò il jet set internazionale. Alle due, però, qualche ospite fuggì in fretta e furia: la guerra era alle porte e loro erano ebrei.
Sulla dama circolano molti gossip; sicuramente fu l’amante di Churchill, ma è tutta da verificare la frase a lui attribuita: “Doris, riusciresti a far venire un cadavere”. Poi, corteggiò il di lui figlio, Randolph, e persino Cecil Beaton, noto omosessuale, con cui si sollazzava ai party in costume e col frustino. Non disdegnava neppure la compagnia femminile, radunando una “comunità saffica… in un tipico rifugio per puledre”. Con l’avanzata dei fascismi l’allegrezza svanì: nel 1940 Doris fu costretta ad abbandonare l’Italia. Era così disperata da chiedere al marito di risposarla: morì depressa, nel 1942, per un’overdose di barbiturici e alcolici.
Ultima venne Peggy Guggenheim. Visitò Palazzo dei Leoni nel 1948 e l’anno dopo vi trasferì la sua collezione, aprendo le porte a tutti, non solo ad amici e mariti (due), oltre a numerosi cani e amanti: John, Douglas, Raoul, Ralph, Samuel (Beckett)…
Benché ambisse a diventare scrittrice, Peggy – newyorkese from Upper East Side – aveva l’arte nel sangue, per via ereditaria (zio Solomon et al.): iniziò a collazionare alla fine degli anni 30, inaugurando gallerie e accumulando “figli di guerra”, ovvero lavori di Dalí, Klee, Miró, Kandinskij, Braque, Mondrian, Giacometti… Oltre alle opere salvò molti artisti, non tutti riconoscenti: per Hare era “brutta come il peccato”, mentre Pollock, per andare a letto con lei, “avrebbe avuto bisogno di due asciugamani: uno per coprirle la faccia e l’altro il corpo”.