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 2018  novembre 15 Giovedì calendario

Una lezione su Cavour e il re, alleati controvoglia

Nonostante il disastro della Prima Guerra d’Indipendenza, gli anni successivi al 1848 si aprono in Piemonte su un orizzonte politico pieno di promesse. Sul trono l’«italo Amleto», Carlo Alberto, è stato sostituito dal figlio ventinovenne, Vittorio Emanuele II, che la propaganda dinastica battezzerà il Re galantuomo; e pazienza se i suoi ministri lo giudicheranno un ipocrita, un ignorante, un imbecille e un disonesto. Parlando con Radetzky il giovane re si scaglia contro quell’assurdità che era stata fatale a suo padre, «il fantasma dell’indipendenza italiana»; ma intanto mantiene in vigore lo Statuto, il governo parlamentare e quel simbolo rivoluzionario e sovversivo, la bandiera tricolore. Al governo arriva Cavour; ed è anche questo un lascito provvidenziale del Quarantotto, perché il conte Camillo era un economista, un imprenditore e uno degli uomini più ricchi del regno, ma è solo con la svolta dello Statuto che ha deciso di buttarsi in politica, con l’ambizione dichiarata di diventare subito presidente del Consiglio.
L’arma segreta «Nini»
Il re e il ministro, che lavoreranno insieme per un decennio, si detestano. Cavour dichiara d’essere pronto a sacrificare anche la vita per il re, in quanto rappresentante dell’idea monarchica e «simbolo dell’Unità»; ma aggiunge: «Come uomo desidero da lui un solo favore, il rimanermene il più lontano possibile». Il re, che ha dieci anni meno di Cavour, è costretto a subirlo ma non lo sopporta, lo chiama «il maestro» e quando il conte è lontano tutti notano che si comporta «come uno scolaretto in vacanza». Ma su una cosa sono d’accordo, ed è la più importante: la partita con l’Austria è solo rinviata, gli obiettivi rimangono la liquidazione del dominio austriaco in Italia, l’allargamento dello Stato sabaudo che dovrà diventare come minimo un regno dell’Alta Italia, e in prospettiva l’unificazione della Penisola.
E così Cavour tesse pazientemente la trama dell’alleanza con Napoleone III. Che fra tanti mezzi impiegati per accattivarsi l’imperatore ci siano anche le grazie di «Nini», ovvero la contessa di Castiglione, è un fatto accertato, lo confessa anche Cavour in una lettera a Rattazzi, durante il congresso di Parigi del 1856: «Faccio tutto quanto so, ho persino cercato di stimolare il patriottismo della bellissima Castiglione, onde seduca l’imperatore». 
Gli intrallazzi di Napoleone III
Ma Napoleone III è un vecchio cospiratore che la sa lunga, esperto di colpi di Stato e di intrallazzi diplomatici, non basta certo una bella donna per decidere le sue scelte politiche. Il desiderio di passare alla storia come il grande condottiero di un’altra campagna d’Italia, rinnovando la gloria dello zio, e di indebolire l’Austria creando nella Penisola un regno amico e vassallo della Francia convincono, alla fine, l’imperatore ad allearsi con il Piemonte. Nei calcoli di Cavour, non si tratta certo di realizzare già adesso l’unità d’Italia, che con eccesso di realismo relega per il momento tra le «corbellerie»; a La Marmora, ministro della Guerra, scrive: «Prepara i cannoni, e l’anno prossimo andremo in parata a Milano, se non a Venezia».
Fu buon profeta: l’8 giugno Napoleone e Vittorio Emanuele entrano in trionfo a Milano, ma l’11 luglio, dopo la battaglia di Solferino, l’imperatore costringe il suo alleato a firmare l’armistizio di Villafranca. Troppi morti, l’opinione pubblica francese è in allarme, in Germania c’è tintinnar di sciabole, e casa Savoia si ingrandirà già abbastanza con la Lombardia, senza bisogno di regalarle anche il Veneto: perciò Napoleone III decide che è ora di fermarsi. Vittorio Emanuele può solo acconsentire. Cavour arriva a Villafranca da Torino, livido di rabbia, e fa al re una famosa scenata, in cui lo chiama «traditore» e peggio, e dichiara che ci sono momenti in cui un re deve saper abdicare. «Mi accorgo che per me è cominciata la vecchiaia», ammette il conte dopo aver dato le dimissioni, mentre il re, esultante, confessa a Napoleone III che pagherebbe un milione di franchi purché Cavour si togliesse dai piedi per sempre, partendo magari per l’America.
Sembrava tutto finito, e invece era solo l’inizio. La Sicilia insorge, Garibaldi raccoglie pubblicamente fondi e recluta volontari, e a Torino bisogna decidere cosa fare. Un governo prudente fermerebbe l’illegalità sul nascere, e Cavour è tentato. Poi, di colpo, decide che sarebbe uno sbaglio. «Garibaldi ha una grande forza morale, gode di un immenso prestigio, non soltanto in Italia, ma soprattutto in Europa», dichiara. Certo, è un sovversivo, dietro di lui balenano gli spettri della rivoluzione, del terrorismo, del comunismo, ma è anche un capo carismatico capace di far saltare tutti gli equilibri. Per la prima volta Cavour capisce che «fare l’Italia» non è più un programma a lungo termine, ma qualcosa che potrebbe realizzarsi subito, a patto di dare via libera a Garibaldi. E così l’ammiraglio Persano riceve l’ordine di arrestare i garibaldini dopo la partenza da Quarto, ma l’ordine viene mandato con intenzionale ritardo, quando il «Piemonte» e il «Lombardo» sono già passati. 
Ma la vittoria di Garibaldi è perfino troppo veloce, e la proclamazione della dittatura a Napoli fa temere il peggio: laggiù potrebbe scoppiare la rivoluzione, addirittura la repubblica. Cavour scrive a Nigra: «Se Garibaldi persevera in quel cammino funesto in cui s’è messo, entro una quindicina di giorni andremo a ristabilire l’ordine a Napoli, e a Palermo, anche a costo di gettare tutti i garibaldini a mare». Invece Garibaldi, come aveva promesso, regala al re il regno di Napoli, e si imbarca per Caprera: l’Italia è fatta.