la Repubblica, 15 novembre 2018
I giovani emigranti dello sport
Sognando la California, ma anche il Texas, il Massachusetts, l’Ohio, il remoto Oregon. Sognare gli Usa e, un giorno, svegliarsi al di là dell’Oceano. Sono circa 300 i ragazzi italiani che ogni anno riempiono la valigia e volano via. Per fare sport nelle università degli Stati Uniti. Fare, o utilizzare lo sport per cercare alla fine dell’Atlantico un lavoro, una carriera, una vita migliore.
Emigrati per sport, nell’universo sterminato della Ncaa, la National Collegiate Athletic Association, e della sua concorrente, la Naia (National Association of Intecollegiate Athletics). Una sorta di paradiso inimmaginabile e vicinissimo, assai più di quanto si creda. È anche là che si sta sviluppando la meglio gioventù sportiva italiana, dove il confronto è più alto, più internazionale e, soprattutto, là dove le strutture, la qualità dei campionati in alcuni sport (basket, tennis, volley e football soprattutto) sono maggiori. Trecento migranti con la valigia carica di magliette, calzini, racchette, libri, speranze.
Collegelife è una delle principali agenzie impegnate nel mettere in comunicazione Italia e Usa, studenti e università americane. L’obiettivo primario è riuscire a far ottenere ai nostri liceali borse di studio per meriti sportivi. I requisiti non sono irraggiungibili: buona conoscenza certificata della lingua, una media scolastica non necessariamente superiore al 7, qualità di base in uno dei 25 sport con un campionato universitario in America. «Noi» spiega Lucas De Rossi, uno dei fondatori di Collegelife, «lavoriamo per cercare di mettere i ragazzi nelle condizioni di attirare le attenzioni dei coach. Organizziamo provini in Italia e showcase negli Usa. Un terzo dei giovani che si rivolgono a noi pratica calcio a livello di serie D. Hanno 16-17 anni, non hanno ancora concluso il liceo. Cestisti, tennisti e pallavolisti che vanno in America per provare a migliorarsi nello sport. I calciatori hanno una motivazione diversa: fanno del calcio uno strumento per riuscire a studiare negli Usa, guadagnarsi un titolo di studio, entrare in contatto con la realtà lavorativa americana. Investono sul loro futuro. Negli ultimi cinque anni la nostra attività è esplosa perché si è fatta più ampia la forbice tra le prospettive in patria dei nostri studenti e quelle offerte dal mercato Usa».
Ma quanto costa sognare la California? «La cifra che noi chiediamo per entrare nel meccanismo di selezione – spiega Jesica Umansky di Sportlinx360 non supera i 3.000 euro. Ma considerando che, a seconda del livello dei nostri studenti-atleti, possiamo far guadagnare loro borse di studio di 10-20 mila euro l’anno, fino a un massimo di 60 mila nel caso delle università più prestigiose, alla fine si tratta di un buon investimento per le famiglie. Ma anche per il sistema sportivo italiano che manda a specializzarsi negli Usa dei ragazzi di prospettiva. Noi lavoriamo molto con pallavolisti, e la richiesta di italiani da parte delle franchigie Ncaa è enorme. Ogni università stabilisce un numero massimo di borse di studio per ognuno degli sport, a volte però nella pallavolo anche 14 ragazzi su 14 di un team sono borsisti. È un dialogo continuo il nostro, anche con le famiglie. E seguiamo i ragazzi per tutto il percorso». La popolazione di borsisti “sportivi” italiani è quinta dietro quelle di canadesi, britannici, tedeschi e spagnoli. E il fenomeno è in enorme espansione. «È importante – conclude Umansky iniziare a “sognare l’America” nei primi anni di liceo, crescere con l’idea di coltivare la doppia strada, sportiva e di studio». Male che vada nello sport, si può arrivare a lavorare per Amazon, Google, Nasa. Una scommessa che paga molte volte la posta, molto spesso.