la Repubblica, 15 novembre 2018
Calcio, i tacchetti anti-infortuni
Ieri mattina, tra uno schema e un dribbling, la scienza ha fatto irruzione a Coverciano. Riuniti nell’aula delle lezioni di tattica di Mancini per la sfida di sabato col Portogallo, prova del fuoco per il nuovo sistema col doppio regista (e con l’attacco rotante, forse corretto appena dal possibile ritorno di Immobile al posto dell’infortunato Bernardeschi), gli azzurri hanno ascoltato la conferenza di una figura rara quanto un Gronchi rosa, nel calcio delle multinazionali: l’artigiano.
Enrico Campari, parmense di Felino, da 24 anni artefice dei parastinchi su misura per i più famosi calciatori del mondo, da Ronaldo a Messi, ha toccato un argomento particolarmente sensibile, per chi gioca ormai una sessantina di partite l’anno e rischia infortuni in proporzione: la salute. Le statistiche sono inquietanti: uno studio del 2016 dimostrò che in serie A la percentuale degli infortunati era del 32% e in questa stagione si sta mantenendo sullo stesso livello.
Campari, nella ricerca sulla sicurezza dei calciatori, è approdato al perfezionamento dell’attrezzo del mestiere: i tacchetti, che stanno al pallone come gomme e sospensioni a una macchina di Formula Uno, ambiente nel quale l’inventore emiliano lavorò da progettista del reparto cambi della Ferrari, prima di trasformarsi in “scultore” delle protezioni per il calcio, dai parastinchi alle maschere per il naso, fino ai corpetti per schiena e costole.
La folgorazione, racconta, risale al dicembre 2008, quando l’allora indistruttibile Gattuso si ruppe il legamento crociato del ginocchio destro: «Poi, nel 2012, partecipai a un convegno medico, che dimostrava come molti infortuni siano causati dallo scarpino che si pianta nel terreno. Mi dissi che bisognava fare qualcosa, perché i calciatori oggi sono trattati un po’ come cavalli da corsa. La chiave stava nei tacchetti, per il loro ruolo nell’assorbimento delle vibrazioni. La lacerazione dei tessuti è causata dall’onda lunga, come nei terremoti. Smorzarne gli effetti, come nelle case antisismiche, diventava fondamentale». Senza cedere alla tentazione della polemica sulla leggerezza con la quale lo sport più mediatico affronta ancora la salute dei suoi attori, motociclisti sprovvisti del casco, Campari si è dunque applicato dal 2012 al progetto di prevenzione. Ne è nato un prototipo tutto italiano: il brevetto del tacchetto flessibile, valutato da un gruppo di lavoro illustre e già testato da una decina di calciatori professionisti.
Il finanziatore del progetto è l’allenatore del Napoli Carlo Ancelotti. Dei test si occupano il Politecnico di Milano, col professor Carlo Mapelli, ordinario di meccanica, il preparatore atletico Fabio Sois, l’Università La Sapienza di Roma e soprattutto il professor Andrea Ferretti, responsabile medico della Nazionale e della Figc e primario ortopedico alla Sapienza, che con Fausto Salsano, assistente di Mancini, ha introdotto ieri il tema salute agli azzurri. L’allarme è per l’aumento dei cosiddetti infortuni del mestiere – le pubalgie, le lesioni ai tendini d’Achille e rotuleo, le fratture da stress, le distorsioni alla caviglia e ai legamenti collaterale e crociato del ginocchio – spesso dovuti anche al fatto che scarpe e tacchetti sono gli stessi per tutti, a prescindere da peso e taglia. Il tacchetto flessibile, invece, può deformarsi a 360 gradi: è ispirato ai sistemi di sicurezza per sciatori e ciclisti, con lo sgancio di sci e pedale un attimo prima dell’incidente. L’obiettivo è che ogni calciatore possa plasmare il proprio assetto in base alla postura. Non è un caso che l’idea abbia conquistato Ancelotti, col figlio Davide suo assistente, fin dai tempi del Real. A lui, martoriato alle ginocchia da giocatore, è piaciuta la novità filosofica: il rispetto della salute anteposto alla prestazione. Anche gli azzurri hanno apprezzato.