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 2018  novembre 15 Giovedì calendario

Moravia e la fabbrica, il film mai visto

La prima scena è in esterni, «la campagna appare rosicata dalla città» e il nonno parla della fabbrica come d’un amore mai sfiorito. In una sala interna un calendario ci informa che siamo nell’ottobre del 1945, all’indomani della guerra. Raccolta intorno al tavolo, non tutta la famiglia Riva condivide la retorica industriale del patriarca.
Per andare a lavorare alla Pirelli il vecchio aveva smesso di piantar cavoli. «Un deputato socialista ci disse che le macchine ci avrebbero liberato dalla schiavitù del lavoro», giustifica il suo abbandono della terra. Il figlio, un brav’uomo che ne ha ereditato il posto nei laminatoi del rame, confida nella stessa religione del padre. Mentre il nipote Carlo alla Bicocca non ci vuole stare: troppa fatica e troppo pochi profitti, che allontanano in un futuro sideralmente distante il sogno della motocicletta. Insieme alla vanesia sorella Angela, Carlo insegue “confuse fantasie” di “piaceri proibiti” e “divertimenti misteriosi”. E sin dalle prime indicazioni dello sceneggiatore, si capisce che per questi giovani contaminati dalla “babele contemporanea” sarà una vita piena di insidie. A pagina 104 tutto si conclude con l’abbraccio delle officine Pirelli: solo il “lavoro pesante” ma pur sempre “benedetto” può far rinascere la speranza. Che la fabbrica sia lodata.
Fin qui il film che non fu mai girato. Ma seppure mancato, si trattò del primo impacciato incontro – tra industria, letteratura e cinema – che avrebbe dato i suoi frutti più maturi nel corso del ventennio successivo. Dopo 72 anni per la prima volta viene portata sul palcoscenico la sceneggiatura che mise insieme tre personalità del calibro di Alberto Moravia, Roberto Rossellini e l’imprenditore Alberto Pirelli. Era il marzo del 1946, l’Italia appena uscita dal conflitto. Per festeggiare il settantacinquesimo anniversario della Pirelli, l’industriale si rivolge alle firme più importanti della cultura italiana per un’opera cinematografica che desse voce anche ai lavoratori. Il risultato furono un centinaio di pagine che forse non resteranno nella storia del cinema ma hanno il merito di anticipare l’ingresso nel grande schermo della fabbrica. Non ancora in chiave di inferno alienante e luogo di aspre contrapposizioni – per questo dobbiamo aspettare Volponi e Ottieri in letteratura, Monicelli, Gregoretti e più tardi Petri al cinema – ma come simbolo di salvezza e redenzione nell’Italia che risorge dalle macerie.
Questa è la nostra città – testo scritto da Moravia insieme ad Alfredo Guarini, Massimo Mida e Gianni Puccini, riveduto da Rossellini, in scena stasera a Milano presso l’Auditorium dell’Headquarters Pirelli – si rivela il frutto bonario e paternalistico che mescola istanze solo apparentemente diverse, da una parte le intenzioni celebrative della ditta e dall’altra l’iconografia neorealista del buon lavoratore: moralmente saldo, faticatore e senza troppi grilli per la testa. I personaggi principali sono gli svariati componenti della famiglia Riva, nata contadina e divenuta operaia, con un contorno di caratteri che Lukács avrebbe definito “tipici”. Franco è il tecnico raggelato dai quattro anni di detenzione nelle prigioni naziste. Giobbe si porta appresso come un incubo il terrore della disoccupazione. Settantadue è uno dei più vecchi ma i lunghi anni di lavoro non ne hanno sfibrato la tenuta da quercia nodosa. Tutti sono fedeli “allo loro città”, e seriamente preoccupati della paralisi che in quel momento colpisce la Pirelli.
Dietro questo mondo semplice e laborioso che appare scolpito nel granito agisce una trama noir che condensa tutto ciò che si oppone alla superiorità etica della fabbrica ossia sesso, vizio, sadismi, soldi facili, banconote false, festini danzanti, boogie woogie e belle donne (sempre perdute, e quasi sempre subalterne al maschio): forse un intrigo ritenuto fin troppo forte dal committente che intendeva celebrare il mito dell’officina e della sua operosa armonia. Anche perché questo malaffare finisce per fare breccia dentro la Bicocca, sporcandone l’immagine santa e immacolata. E s’impenna con il suicidio della bella Angela Riva, che anticipa ambientandoli nel mondo industriale drammi e sparatorie di Riso amaro.
Secondo la ricostruzione di Alberto Farassino, che vent’anni fa consultò le carte dell’Archivio Pirelli, fu il dirigente intellettuale Giuseppe Luraghi a mettere in guardia Alberto Pirelli. «Il film parte da un ottimo spunto morale. Ma troppo insiste su loschi intrighi. Conviene che la Pirelli dia tanto rilievo a uno degli aspetti più ributtanti di questo infelice periodo della vita nazionale?». Alle obiezioni di contenuto si affiancano motivazioni di carattere economico. Il film sarebbe costato parecchio, in un momento in cui l’azienda dopo lunga vertenza sindacale era riuscita a riportare alle 48 ore il lavoro settimanale. E forse non tutti i dipendendenti avrebbero saputo conciliare una produzione così costosa con la necessità di fare sacrifici. Pirelli preferì soprassedere. Rossellini sembrava perso dietro altri progetti. E intanto dalla Incom era giunta una proposta molto convincente: avrebbero realizzato documentario sulla Pirelli in cambio di due milioni di lire. In pochi potevano vantare un’audience come quella della popolarissima Settimana Incom.Il film di Moravia cadde nel dimenticatoio, ignorato perfino dalla Enciclopedia del Cinema Treccani. Lo stesso autore ne avrebbe parlato poco. E testimoni come Carlo Lizzani lo rimossero dal movimento neorealista. Mentre alla Bicocca riponevano il testo nel cassetto, Rossellini andava a Berlino per girare Germania anno zero. Con pochi rimpianti, forse nessuno.