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 2018  novembre 15 Giovedì calendario

Addio a Zucconelli, il “custode” delle anime del Pci

«Ciao Giuseppe», dice un signore. E parte l’applauso mentre la bara di Beppe Zucconelli lascia la chiesa della Santissima Annunziata in via di Grotta Perfetta, a Roma Sud. Era il custode delle anime del Pci e ora, a 82 anni, se n’è andato anche lui. Quel che ancora resta di un partito che un tempo tremare il mondo faceva, Massimo D’Alema, Piero Fassino, Ugo Sposetti e Gianni Cuperlo, si ritrova insieme ai vecchi compagni per l’ultimo saluto a un uomo che aveva consacrato l’intera vita a un’idea.
«Una di quelle figure indispensabili del mitico apparato comunista», dice D’Alema, aspettando che il prete brasiliano inizi a dir messa. C’è malinconia: per quel che uomini come Zucconelli rappresentavano, ma anche per un tempo irripetibile che non tornerà. «È stato forse più al partito che a casa, anche la Befana si festeggiava a Botteghe Oscure», ricorda con affetto la figlia Lara. «Una scelta di vita». Fedeltà oggi non immaginabili.
Zucconelli negli anni Cinquanta inizia come autista di Umberto Terracini, uno dei padri costituenti; è simpatico ma anche riservato, un autodidatta che la politica emancipa, è promosso addetto al cerimoniale, in pratica fa il direttore generale della sede di Botteghe Oscure, un palazzo di sei piani che rappresenta il cuore pulsante del potere rosso. Cento funzionari e tutta l’organizzazione passano per le sue mani. «Era l’uomo dell’intendenza», così lo ricorda Fassino.
Il Pci è una cosa enorme, nel 1976 arriva al 34 per cento, ha un milione e seicentomila iscritti, ieri sul sagrato c’era chi lo rammentava in quelle mitiche elezioni portare i panini alle “staffette”, i giovani mandati nelle scuole a raccogliere in anticipo i risultati elettorali. A un certo punto gli affidano anche l’allestimento dei funerali dei dirigenti man mano che scompaiono, a cominciare da quello monumentale di Enrico Berlinguer, e così – come ricorda Filippo Ceccarelli in Invano Zucconelli si occupa anche di «catafalchi, drappi, bare e corone». Com’erano i funerali dei comunisti? Bandiere rosse sulla bara e dentro la tessera e una copia deL’Unità. «Ha organizzato le esequie perfino dei miei genitori», spiega D’Alema.
Quando muore il Pci, Beppe diventa il responsabile del mausoleo che il partito innalzò nel 1972 al cimitero del Verano dove riposano, tra gli altri, Togliatti, Iotti, Lama, Longo, Sibilla Aleramo. È una specie di tempio etrusco, progettato dall’architetto Gualtiero Costa, e Zucconè, come lo chiamavano i compagni romani, possiede le chiavi per scendere tra le ombre dei grandi della sinistra italiana. «Il partito deve aiutarti anche nel dolore», è la sua massima. Tiene un’agenda con cui aggiorna le ricorrenze e, insieme a Ugo Sposetti, va a pulire le tombe e porta i fiori, perché «senza memoria non siamo niente».
La sinistra ha ancora un futuro? Il sacerdote invita i fedeli a scambiarsi un segno di pace, e i quattro ex comunisti, ormai divisi dalla storia, si stringono la mano. «Beppe riassumeva in uno identità, comunità e palazzo», lo tratteggia Cuperlo. «Quando morì Guttuso viaggiò con Pertini per i funerali, con Napolitano fecero moltissime campagne elettorali al Sud, di cui spesso ci raccontava, con Alberto Menichelli, lo storico autista di Berlinguer, erano come fratelli», fa partire il film dei ricordi la figlia. Il Pci era sempre all’opposizione e questo affratella, mentre il potere alla lunga divide.
C’è un bel sole quando la bara è pronta per raggiungere il cimitero Laurentino, e due signori si guardano in giro: «Guarda che siamo diventati», dice il primo. «A furia di litigare non siamo più niente», fa l’altro. «Ha nostalgia degli anni d’oro?» chiediamo a D’Alema. «Chi vuole restaurare il comunismo è un pazzo, ma chi non ne ha nostalgia è senza cuore».