Corriere della Sera, 15 novembre 2018
Intervista al Il premier libico al-Sarraj
PALERMO «Il summit sulla Libia è andato molto bene. Meglio di quanto sinceramente mi aspettassi. In genere sono positivo, guardo alla parte piena del bicchiere. Ma adesso tocca a noi libici accordarci. Senza il nostro lavoro assieme e al rispetto dei nostri impegni, gli incontri di Palermo diventeranno inutili». Risponde diretto Fayez al-Sarraj. Abbiamo incontrato il premier del governo di unità nazionale di Tripoli ieri nel suo albergo palermitano.
Primo ministro, non crede che il rischio adesso sia che tutto rimanga lettera morta? Il 29 maggio al summit di Parigi si erano presi impegni non troppo diversi, eppure alla prova dei fatti si è concluso poco. Cosa differenzia la Conferenza italiana da quella francese?
«Non le vedo in concorrenza. Anzi, Parigi e Palermo fanno parte del medesimo processo negoziale con l’aiuto della comunità internazionale. Il primo ha preparato il secondo. La prossima tappa sarà alla Conferenza nazionale in Libia organizzata dall’inviato dell’Onu Ghassan Salamé, spero già in gennaio per poi andare alle elezioni entro giugno 2019».
L’ostacolo maggiore?
«Noi libici dobbiamo subito approvare la Costituzione, che comprende la legge elettorale, senza la quale è impossibile andare alle elezioni nazionali. Una commissione vi lavora da due anni. Il documento è pronto. Occorre sia votato dal parlamento di Tobruk e da un referendum nazionale».
C’è chi dice che Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, si sia comportato come una prima donna e l’Italia abbia esagerato nel corteggiarlo per convincerlo a venire al summit.
«Ho molto ammirato il grande sforzo italiano per il successo del nostro incontro e nel mettere assieme noi libici allo stesso tavolo. Haftar doveva esserci, a tutti i costi. Anche la partecipazione internazionale è stata notevole. Un vero successo».
Ho molto ammirato il grande sforzo italiano nel metterci allo stesso tavolo: Haftar doveva esserci
Però la delegazione turca ha disertato.
«Vero e mi è molto spiaciuto. La Turchia è un partner importante. Siamo legati da una lunga storia comune. Ma le ragioni della partenza della delegazione turca vanno chieste agli italiani».
Quale il contenzioso più grave tra lei e Haftar?
«Lui vuole comandare l’esercito unificato libico. Ma secondo gli accordi di Skhirat del 2015, quando venne avviato il processo di pacificazione interno, il premier politico a Tripoli è anche responsabile supremo delle forze militari. Eppure, anche su questo punto possiamo trovare un compromesso».
Come smantellare le milizie, che stanno al cuore della destabilizzazione libica?
«Credo che la comunità internazionale sopravvaluti il problema delle milizie. Tutto sommato noi a Tripoli possiamo viaggiare e lavorare. Ci sono violenze e troppi criminali a piede libero, certo, ma non sono poi elementi così gravi. In settembre le Nazioni Unite hanno contribuito a ridurre le tensioni, oggi c’è maggior sicurezza. Io stesso mi muovo per la capitale scortato da pochi agenti armati, come in qualsiasi Paese europeo».
L’Europa vi chiede di controllare il flusso dei migranti, compresa l’Italia che ha chiuso i porti. Cosa risponde?
Ci chiedete di tenere 600 mila migranti però voi, infinita-mente più ricchi, rifiutate di accoglierne anche solo uno
«Vedo tanta ipocrisia nelle richieste europee al nostro Paese. Ci domandate di tenere dentro i nostri confini oltre 600.000 migranti, di cui solo 30.000 sono nei campi ufficiali del nostro governo. Però voi, che siete infinitamente più ricchi di noi, rifiutate di accoglierne anche solo uno. Cacciate i pochi che arrivano. Io vorrei maggior cooperazione. In realtà quello dei migranti è un problema comune, condiviso. Anche perché tra loro potrebbero esserci infiltrati di Isis. Le nostre polizie e i servizi d’informazione devono lavorare assieme se vogliono evitare il peggio e bloccare i traffici internazionali di esseri umani».