la Repubblica, 14 novembre 2018
Le braccia infinite di Bamba, la Nba smentisce Leonardo
Cinque secoli di Uomo Vitruviano sbriciolati in 18 minuti da un ragazzo con le braccia che arrivano alle rotule. La perfetta geometria umana. La matematica dell’arte, Leonardo, i nudi di Mapplethorpe, tutto vecchio, inutile, da cestinare. L’uomo perfetto non è inscritto in una circonferenza, in cui dalla testa ai piedi misura come dalla punta di un braccio all’altro.
L’uomo perfetto, per la Nba, è Mo Bamba: 20 anni, figlio di emigrati ad Harlem dalla Costa d’Avorio, 2 metri e 13. Nella notte al Madison, davanti a 17mila spettatori, il big guy di Orlando sembrava giocare sotto un cielo più alto. Ha le braccia più lunghe della Nba, un’apertura di 2 e 40, 27 cm più dell’altezza, cioè quanto avrebbe dovuto essere secondo la geometria di Leonardo.
Mo Bamba può abbracciare il davanti di uno scuolabus giallo americano o raccogliere il telecomando dal pavimento senza sollevare la testa dal cuscino, tutte cose interessanti ma non decisive se fai basket. Ma se alza le braccia, senza sollevare i talloni, raggiunge 2 e 97, cioè la punta dell’indice si ferma a soli otto centimetri dal ferro. Quando schiaccia, la mano sovrasta il canestro di un metro.Al primo anno in Nba sta portando in giro per l’America la sua fatale asimmetria, che non è circo Barnum, ma spettacolo, nuova dimensione. Sa fare tutto, con eleganza, come non si vedeva dai tempi di Hakeem Olajuwon: palleggia tra le gambe, tira da tre, va in layup con leggerezza da ballerino. Il rapper Sheck Wes gli ha dedicato una canzone dal titolo “Mo Bamba”, diventata virale dopo che l’ha condivisa Shaquille O’Neal, in cui parla di droga e di come voglia giocare come lui. Non è semplice.
Al Madison l’Airone nero, in appena 18 minuti, ha messo a referto 15 punti, 8 rimbalzi, due stoppate. Okay, i Knicks sono lo scolapasta di sempre, ma lui ha mostrato doti anche in difesa. Quando sulla sirena finale del quarto, il talento dei New York Allonzo Trier (1,96) ha attaccato il canestro, Mo ha fatto calare dall’alto il braccio destro come una gru, ha stoppato il pallone e se l’è tenuta in mano. Trier è andato verso la panchina, scuotendo la testa, incredulo. «Ah, l’hai visto?», dice ora sorridendo Mo, seduto nello spogliatoio, mentre si riveste dopo la doccia e si prepara per l’intervista. Nelle fotografie appare sempre con le braccia larghe o puntate in alto. È giovane, acerbo, con un contratto però da 5 milioni di dollari a stagione, a tratti fa sembrare inadeguati gli avversari. Il centro di NY, Kanter, stava avventandosi su un pallone a fondo campo quando con le mani ha stretto l’aria. Si è voltato: il pallone l’aveva preso Mo, un metro dietro. Michael Phelps era considerato straordinario nel nuoto per l’apertura alare di 203 centimetri, dieci più dei suoi 193 d’altezza, figuriamoci Mo Bamba che va, tre volte di più, oltre le proporzioni moderne. Negli anni 80, ai tempi di Bill Walton, gigante di Boston di 2,11 nessuno misurava l’ampiezza alare, ma ora la Nba ha quasi un bisogno scientifico di giocatori così. Steve Kerr, coach dei Golden State, ha detto: «L’apertura alare sta diventando più importante dell’altezza, puoi fare molto di più degli avversari e guadagni tempi di gioco».
«Ha detto proprio così?», chiede Mo, mentre si lega le scarpe, seduto, inclinando appena le spalle. «In effetti posso stoppare, passare la palla, strapparla agli avversari, ma so fare anche molte altre cose. Il tiro da tre che ho messo dentro l’hai visto?». È stato il momento in cui, a 5’63’’ dalla fine, il Madison ha capito che la partita era andata. Sul parquet sembra magro come una canna da bambù, nello spogliatoio ha una muscolatura impressionate. «E dicono che posso crescere ancora», aggiunge serio guardandosi le braccia, prima di scoppiare a ridere. Un filo di sudore gli scorre lungo la fronte.