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 2018  novembre 14 Mercoledì calendario

La scomparsa del Leonardo d’Arabia

Che fine ha fatto il quadro più costoso del mondo? Il 15 novembre 2017, esattamente un anno fa, il martelletto della casa d’aste Christie’s, a New York, fa passare alla storia il Salvator Mundi attribuito a Leonardo da Vinci. Dopo 18 minuti e 47 secondi di rilanci, l’opera viene aggiudicata per la cifra record di 450,3 milioni di dollari, diritti di vendita inclusi. Le ipotesi intorno all’identità del misterioso collezionista sono spazzate via da un tweet del 7 dicembre, postato da Abu Dhabi: l’olio su tavola di noce (65 centimetri di altezza per 45 di larghezza) entrerà nella collezione del Louvre d’Oriente inaugurato appena un mese prima. Il nuovo possessore del dipinto è Mohammed bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita, che, “prestando” il Leonardo agli Emirati, rinnova un’alleanza fraterna. La data dello svelamento del dipinto viene programmata per il 18 settembre. Ma, a sorpresa, il 3 settembre scorso, il Louvre Abu Dhabi annuncia il rinvio dell’esposizione a data da destinarsi. Da allora, il buio. Nessuna notizia ufficiale. Dal museo del deserto, nonostante le sollecitazioni, non si rilasciano ulteriori dichiarazioni: il serafico Cristo leonardesco è sparito da tutti i comunicati dell’anniversario d’apertura, appena celebrato, e dagli eventi programmati per il biennio 2019-2020. Anche a Parigi le bocche sono cucite: citare il Salvator Mundi, dato per atteso l’anno prossimo alla grande mostra del cinquecentenario di Leonardo (inaugurazione il 24 ottobre 2019), provoca negli interlocutori, a seconda dei casi, occhi sgranati o vaghe risposte via mail.
Le ricostruzioni sull’origine e la controversa paternità dell’opera — l’attribuzione al genio di Vinci è stata intanto rifiutata da alcuni studiosi — passano ormai in secondo piano. Perché il quadro, nel frattempo, è proprio svanito nel nulla: non sembra sia mai atterrato negli Emirati. Ma, prima di sparire, ha lasciato qualche traccia che proviamo a mettere insieme. Come ricostruito dal New York Times a dicembre, Christie’s ha sottoscritto con l’acquirente, oltre all’anticipo, un pagamento in sei rate da oltre 58 milioni di dollari l’una. Il saldo dell’ultima è datato 14 maggio. Una fonte consultata da Repubblica sostiene con certezza che, in effetti, il quadro si trovava ancora a New York fino alla metà di quel mese. Dettaglio, questo, confermato dall’unica voce che, finalmente, rompe apertamente con noi il silenzio sul “mistero Leonardo”. È Dianne Dwyer Modestini, la donna che ha restaurato il Salvator Mundi e che conosce la tavola cinquecentesca meglio di tutti. «A metà maggio, mentre mi trovavo a Firenze, alcuni colleghi esperti hanno incorniciato l’opera in un microclima — rivela -. La tavola è molto fragile e reagisce in maniera eccezionale ai cambiamenti di umidità. Poco dopo quell’intervento, il dipinto ha lasciato New York». Verso quale destinazione?
Christie’s non fornisce spiegazioni per ovvie ragioni di privacy. «È ormai in Medio Oriente», sostiene qualcuno. Ma alcuni indizi portano in Svizzera: «Un restauratore di Zurigo, a fine settembre, mi ha contattato chiedendomi informazioni su come fosse stata incorniciata l’opera — dice Modestini –. Doveva stilare una relazione per ragioni assicurative.
Ma non mi risulta che, a fine ottobre, avesse ancora fatto una ricognizione diretta. La tavola corre seri rischi di conservazione: l’incorniciatura in un microclima può essere solo una soluzione a breve termine. Sono già passati sei mesi». Il quadro potrebbe essere finito in uno dei porti franchi dedicati allo stoccaggio esentasse delle opere d’arte, musei paralleli — tra Europa e Asia — di un collezionismo blindato quanto milionario: tra i creatori e gestori deifreeport, c’è anche Yves Bouvier, ex acquirente del Salvator Mundi, denunciato per frode dal collezionista successivo dell’opera, il magnate russo e presidente del Monaco calcio Dmitry Rybolovlev, ora a sua volta indagato per corruzione.
Resta da capire perché il Louvre di Abu Dhabi abbia rimandato senza spiegazioni l’esposizione del Leonardo. Il “prestito” è stato ritirato? Modestini ha una sua teoria: «L’acquirente, il principe Mohammed bin Salman, sta programmando un boom di musei in Arabia Saudita. Sospetto che per questa ragione abbia deciso di non esporre più l’opera ad Abu Dhabi, ma di riservarla al suo Paese. Non ne ho le prove, ma mi sembra una motivazione logica. Di certo, i dubbi sorti sull’attribuzione a Leonardo non hanno nulla a che vedere con la cancellazione dell’esposizione. A complicare le cose c’è il peggioramento della situazione politica nella regione».
Già, perché il proprietario del Salvator Mundi, il principe MBS, è lo stesso sospettato di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, avvenuto nell’ambasciata saudita di Istanbul lo scorso 2 ottobre. Fonti interne alla diplomazia emiratina escludono ogni sottotesto geopolitico in questo nuovo, indecifrabile “codice da Vinci”. «L’amicizia tra Emirati e Arabia Saudita è fortissima — spiega un bene informato che preferisce restare anonimo –. Non credo che MBS voglia fare uno sgarbo ai suoi fratelli degli Emirati». Un insider del mercato dell’arte sostiene che l’asta del Salvator Mundi sia servita solo a spostare somme di denaro offshore: «L’interesse per l’opera non c’entra niente. Quel quadro affiorerà in una dimora in mezzo al deserto».
Il mistero rimane e la restauratrice Modestini non si dà pace: «Da quando il dipinto è sparito sono venute meno anche informazioni attendibili sull’opera. È per questo che sto per lanciare un sito web con tutte le foto, le analisi ai raggi X e le spiegazioni tecniche utili per gli studiosi. Troppe inesattezze sono state dette, anche sul restauro. Non ho ritoccato nulla, solo le parti perdute. La mano che ha dipinto il Salvator Mundi è la stessa che ha creato laGioconda. E nessuna riproduzione può rendere davvero questa meraviglia. Quelle che vedo su Internet mostrano un quadro che non riconosco. Si tratta di un capolavoro supremo che dovrebbe appartenere all’umanità ed essere visto da tutti. Per la somma enorme a cui è stato venduto, invece, è diventato un trofeo». La caccia all’opera d’arte più costosa della storia è ancora aperta.