«In Italia, a differenza della Germania, della Francia, dell’Inghilterra, il ceto medio non è riuscito a diventare borghesia. È sempre sostanzialmente rimasto ceto medio, un magma sociale che sobbolle proprio perché non riesce a fare quel salto».
Qual è la differenza tra borghesia e ceto medio?
«La borghesia ha coscienza di sé e delle sue responsabilità sociali. Si fa anche carico di un interesse generale. Il ceto medio no. Aspira a diventare borghesia ma non ci riesce. Certo non ci riesce in questo periodo, quando l’ascensore sociale è sostanzialmente bloccato».
In altri periodi della storia italiana al ceto medio è riuscito il salto?
«È riuscito nel 1968, quando i figli hanno tentato di rompere gli schemi per sfuggire alla rassegnazione che vedevano negli occhi dei loro genitori. È successo nel 1993, con la rivoluzione dei piccoli imprenditori che si sono affidati a Berlusconi sperando di fare il salto».
Perché invece non riesce con i grillini?
«Perché il Movimento 5 Stelle non promette il salto sociale al ceto medio. Si limita a trasformarne il rancore in consenso. Grillo interpreta la frustrazione che fa sobbollire il magma. Il ceto medio che sceglie i grillini odia la borghesia perché ne invidia il successo. Per questo se la prende con Monti o con la Fornero, loro sono quelli che avrebbero voluto essere».
Questione di invidia?
«Marx ha raccontato bene questo fenomeno. Lo ha definito proprio con due termini: ‘livellamento e invidia’. E ha spiegato che questi due elementi finiscono per essere una delle cause che impediscono il salto sociale, il rancore blocca l’ascensore sociale. L’Italia avrebbe invece un bisogno disperato che almeno una parte del ceto medio riuscisse a compiere il salto e trasformarsi in una neoborghesia con la coscienza del proprio ruolo».
Qualcuno ha provato a paragonare la manifestazione pro Tav di sabato alla marcia dei 40 mila del 1980. Concorda?
«Assolutamente no. La marcia dei 40 mila avvenne all’interno di una vertenza aziendale, per quanto l’azienda fosse importante come la Fiat».
Accadrà di nuovo che in Italia il ceto medio riesca a diventare borghesia?
«Possiamo solo sperare nelle nuove generazioni. Nei figli dell’attuale classe media. Penso ai ragazzi che vanno a studiare e a lavorare all’estero, che entrano in contatto con società in cui la borghesia ha un ruolo centrale. I nostri figli diventeranno borghesi grazie alla globalizzazione».
Beh, si dice al contrario che la globalizzazione finirà per aumentare la precarietà, non la scalata sociale del ceto medio..
«È vero: buona parte della letteratura sociale di questi anni parla della scomparsa del ceto medio. Diciamo che nella società italiana non è così».
Ma in Italia aumenta la precarietà..
«Certo. I figli del ceto medio italiano oggi possono cominciare a lavorare portando le pizze nel cubo, come capita a molti ragazzi. Ma non faranno quel mestiere tutta la vita. Quando erediteranno la casa dei loro genitori avranno a disposizione un patrimonio che potranno decidere di sfruttare perché le case italiane sono ricercate. Mal che vada vivranno gestendo un bed and breakfast..».
La retorica di Grillo, non certo un abitante delle periferie, è quella di ergersi a paladino del popolo. Che senso ha contrapporre popolo e borghesia?
«In Italia il popolo è stato scoperto, come valore, alla fine della seconda guerra mondiale. Quando c’era un Paese distrutto da ricostruire e ciascuno con la sua scelta individuale ha dato una mano per rimettere in piedi la Penisola. L’individualismo è una delle caratteristiche del popolo italiano. E questa non è una peculiarità che aiuti a diventare borghesia. Direi che l’individualismo alimenta solo il sobbollimento del ceto medio».
Lei non teme che il ceto medio si riduca anche in Italia, come avviene in altri Paesi?
«Le dirò sinceramente che in Italia di ceto medio, quello che non riesce a diventare borghesia, ce n’è ancora troppo. E che se si riducesse un po’ non sarebbe poi male».