La Stampa, 14 novembre 2018
Intervista a Paolo Conte
Paolo Conte, con la sua mirabile Orchestra, sta attraversando l’Italia per festeggiare i 50 anni di Azzurro, la canzone che ogni italiano conosce a memoria più che l’Inno di Mameli. Sono concerti rari e preziosi, che hanno toccato nei giorni passati il teatro Arcimboldi di Milano, dove l’esaurito era come minimo di rigore. Non è mai stato tanto facile ascoltare l’avvocato di Asti dal vivo: tocca svegliarsi mesi prima per prenotare, e il suo pubblico non ci è tanto abituato, anche se alla fine corre e ce la fa. Ce la fa Paolo Conte più di tutti, in una chiacchierata via via più sincera e irrituale, legata all’uscita di Live in Caracalla, uno dei rari album live della sua carriera, registrato la scorsa estate nella suggestiva cornice dei resti romani e rinfrescato dall’inedito Lavavetri. Conte non è un tipo che teorizzi, la butta in poesia: «Non è un messaggio, non ho mai preteso darne. Un tipo simpatico che ho incontrato a un semaforo, a Torino un paio di anni fa. Scrivendo, ho pensato a lui».
Ha molti inediti nei cassetti, Paolo?
«Più che altro ci sono delle musiche. Ogni tanto vado a rovistare. I ‘70 e i ‘90 sono stati molto fervidi, ho messo da parte un sacco di cose».
Che cosa la ispira o la emoziona?
«In questo momento sono in pausa. Mi sto divertendo, disegno. L’ispirazione, non si sa mai quando arriva».
Ha progetti per un nuovo album?
«Vedrò. A volte c’è una accelerazione, ti viene una felicità di scrittura, ne scrivi una, ne arrivano due o tre».
A quale canzone è più legato?
«Per la musica a Impermeabili, per il testo a Genova per noi».
Genova per noi... quando è crollato il ponte, in tanti abbiamo pensato alla sua Canzone, a quel verso anche: «E ogni volta ci chiediamo/ Se quel posto dove andiamo/Non c’inghiotte e non torniamo più».
«Ma quello è il frutto di una “gena”, di un pudore tutto piemontese. Mi sono sempre presentato come un forestiero. Ho visto un senso orribile nella tragedia».
Ha capito subito cheAzzurrosarebbe stata un successo?
«Subito. Era scritta pensando a Celentano come interprete ideale».
La canzone ora ha a 50 anni. Lei all’epoca ne aveva 31. Com’è stato il suo ‘68?
«In provincia si sentiva molto meno. Io scrivevo canzoni per altri, aiutavo mio padre in ufficio. Me ne sono accorto ma non l’ho vissuto. Le canzoni? Ho goduto della compagnia alternativa dei cantautori, ma non c’entravo».
Cosa dissero i suoi, di fronte alla passione musicale?
«In una famiglia borghese di provincia la musica non è considerata un mestiere. All’Università volevo fare medicina, poi la mia era una famiglia di legge e mi adattai».
Avrà, come tutti, qualche rimpianto...
«Penso al lavoro che ho fatto per Razzmatazz. Le musiche, i versi, le tantissime illustrazioni. Un lavoro enorme, montato tutto sui primi DVD, nel 2000. Siamo arrivati troppo presto, e tutto si è fermato lì. Ogni tanto qualcuno si fa vivo, ma finora non abbiamo combinato niente».
Lei è un tifoso milanista. Come ha vissuto la sconfitta da parte della Juventus?
«Mi ha fatto compassione Higuain, gli auguro di riprendersi. Gattuso mi piace, anche se nel tempo si può rivedere un po’ la squadra».
Le sue ultime passioni?
«Ora ho un po’ più di interesse per la pittura. Magari sto dieci anni senza prendere la matita in mano. Non vendo mai, ma adesso ho fatto tanto: chissà...»
Le donne continuano a non capire il jazz, come lei cantava?
«Mi riferivo alle donne che hanno sempre preferito ascoltare la radio. Prendiamo un’auto: a noi uomini piace smontarla, capire tutto dei cilindri, del motore. Le donne guardano la linea. Ma tutto cambia, ora si fanno i Festival, le donne hanno le chiavi di casa, escono. Ma che si divertano ai concerti di Jazz, ho qualche dubbio».