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 2018  novembre 14 Mercoledì calendario

Tim, una girandola di azionisti e amministratori delegati

Il nuovo piano del governo per la rete unica superveloce ha inevitabilmente riportato alla memoria il «famoso» piano recapitato nel 2006 a Marco Tronchetti Provera, allora numero uno della società di tlc, da Angelo Rovati, consigliere economico del premier Romano Prodi. Anche in quella occasione punto centrale del progetto era la separazione della rete. Ma il déjà vu non riguarda tanto le modalità e non solo le finalità, bensì soprattutto l’inevitabile domanda: quanto la «madre di tutte le privatizzazioni», come era stata definita nel 1997 la maxi operazione con la quale lo Stato ha ceduto il 30% circa di Telecom ricavandone 37 mila miliardi di lire fra corrispettivo del collocamento (23 mila miliardi) e debito ceduto (14 mila miliardi), ha significato realmente l’uscita del gruppo dagli orizzonti di pubblico e politica?
La risposta deve certo tener conto del fatto che Telecom deteneva un fondamentale monopolio, che lo Stato ha mantenuto con la golden power, un potenziale potere di veto, e che il mercato delle tlc è regolamentato, ma non può esaurirsi in questi dati di fatto per così dire «istituzionali»: Telecom era ed è rimasta un’azienda strategica e in particolare la questione della rete non è mai uscita dall’agenda della politica da quando la governance del gruppo è passata al mercato e al primo azionista privato di riferimento, il «nocciolino» (6%) che aveva fra i protagonisti gli Agnelli e che ha espresso alla presidenza Gian Mario Rossignolo. Da allora, e in ragione anche delle travagliate vicende azionarie successive, quella di Telecom è stata definita una privatizzazione mal riuscita, pasticciata, inadeguata a ragione, si sostiene, del nostro poco lungimirante capitalismo, che non ha saputo o potuto esprimere proprietà stabili. Tutte valutazioni che trovano supporto in diversi fatti. Ma il tema che ritorna oggi è un altro: l’influenza, e l’irruenza, della politica. La quale non ha avuto remore, una volta manifesta la debolezza del primo assetto azionario e dei capitali tradizionali, a sostenere la nuova finanza emergente e speculativa. Che attraverso la cordata di imprenditori guidati da Roberto Colaninno, definiti dall’allora premier Massimo D’Alema «capitani coraggiosi», ha cercato di legittimarsi agli occhi dei «salotti» bancari, industriali e politici promuovendo nel febbraio 1999 un’Opas da 30 miliardi di euro. Che porta con sé l’uscita del numero uno Franco Bernabè e un macigno: la conquista viene finanziata per due terzi a debito.
Il nuovo nocciolo padano subisce però i colpi che spazzano via le «bolle» del super-web e della turbofinanza e nel frattempo a Palazzo Chigi torna Silvio Berlusconi. L’architettura proprietaria di Telecom si dimostra di nuovo fragile e nell’estate 2001 Colaninno passa la mano a Pirelli e Benetton. Tronchetti Provera ha per il gruppo un progetto industriale: l’idea di fondo è farne una media company. Programma perseguito dalla società, che ha per ceo Riccardo Ruggiero, anche con contatti internazionali. Ma, cambiato il governo con il ritorno di Prodi, il 5 settembre 2006, alla vigilia di un incontro con Rupert Murdoch i vertici di Telecom ricevono un documento dalla Segreteria del presidente del Consiglio. È il Piano Rovati. Che vuole dimostrare la convenienza per Telecom a cedere la rete e all’ultima delle 28 pagine sottolinea: non crediamo che vertice e proprietà siano d’accordo con questo piano.
Il 15 settembre Tronchetti Provera si dimette da presidente e nel maggio 2007 il controllo di Telecom passa a Telco, dove sono presenti la spagnola Telefonica, che detiene il 42,3% della newco, Generali, Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Sintonia (Benetton). Bernabè torna alla guida del gruppo. A fine 2009 escono i Benetton. La governance della società, guidata dal 2011 al 2016 da Marco Patuano, è travagliata e nell’aprile 2014 nell’ assemblea Telecom si verifica il primo, storico, ribaltone fra maggioranza (Telco) e minoranza (Assogestioni, appoggiata da Marco Fossati). Nel luglio 2014 viene decisa la scissione di Telco.
L’anno successivo il nuovo cambio: diventa azionista di maggioranza il gruppo francese Vivendi, che a sua volta ha come primo socio l’imprenditore bretone Vincent Bolloré.
È solo l’inizio di una nuova fase a dir poco turbolenta, nella quale il timone operativo del gruppo passa prima a Fulvio Cattaneo quindi ad Amos Genish, e caratterizzata dall’ingresso sul palcoscenico Telecom (che ora si chiama Tim) di Cdp, il colosso controllato da Stato e fondazioni bancarie, e del fondo Usa Elliott. I contrasti con Vivendi sono evidenti e il braccio di ferro tra i francesi e l’hedge fund porta a un altro ribaltone in assemblea con una nuova «prima volta»: Elliott, anche con i voti di Cdp, ottiene la maggioranza. Dai francesi parte l’accusa di «ingerenze pubbliche». Si torna a parlare della rete. E arriva il piano del governo.