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 2018  novembre 14 Mercoledì calendario

I Fratelli musulmani ostacolo a un accordo sulla Libia

Bisogna dare atto di sincerità al presidente del Consiglio. Se la conferenza di Palermo doveva risolvere tutti problemi della Libia, ha detto, è stata un insuccesso. Non lo è se si adotta il metro che Giuseppe Conte aveva anticipato alla vigilia: avviare la riconciliazione politica. Qualche passo avanti è stato fatto. Se avranno seguito, Palermo sarà stata un successo; altrimenti sarà presto dimenticata a vantaggio di altre contese geopolitiche.
Successo non è soltanto la ridente stretta di mano fra Fayez Al-Sarraj e Khalida Haftar. C’era già stata qualche mese fa all’ombra dell’Eliseo. Per la Libia fa poca differenza che Conte abbia temporaneamente spodestato Macron. Soddisfa la nostra vanità, non i nostri interessi. No, il successo è da ricercarsi nelle intese raggiunte dietro le quinte ed evocate dall’inviato speciale delle Nazioni Unite, Ghassan Salamé: Consiglio Nazionale libico all’inizio del 2019, voto e nuovo Parlamento entro la primavera. È il piano Onu, da sempre appoggiato dall’Italia. Ci voleva questa conferenza per farne un’altra, in Libia.
Occorre però fare i conti con due osti. Haftar è venuto a Palermo ma, insieme al suo grande sponsor, il presidente egiziano Al Sisi, non ha partecipato ai lavori della conferenza; il vicepresidente turco Fuat Oktay l’ha lasciata a metà «con vivo disappunto», con una dura nota contro Haftar e indirettamente critica di come l’Italia ha condotto l’evento. Sono i versanti della faglia che spacca la Libia. Chi si trova in mezzo, Salamé, Italia, piano Onu, rischia di essere un vaso di coccio.
La partita si gioca intorno al ruolo dei Fratelli Musulmani. L’Egitto di Al Sisi li ha messi fuori legge; la Turchia li sostiene. A Tripoli, Al Sarraj, presidente legittimo ma disarmato è costretto ad avvicinarsi alle milizie di Misurata in odore di Fratellanza. Prima della conferenza era corso ad Ankara per rafforzare la sponda turca. Di qui l’insofferenza di Haftar che a Palermo si muoveva in simbiosi con il presidente egiziano. Il vicepresidente turco lo ha accusato di partecipazione «mordi e fuggi» e ha risposto con un pesante avvertimento: non c’è soluzione in Libia escludendo Ankara.
Palermo ha così messo a nudo i due schieramenti dietro la contrapposizione Tripoli-Bengasi. A Tripoli, Al Sarraj e le milizie dal cui benvolere dipende sono sostenuti dalla Turchia; dietro l’uomo forte della Cirenaica, c’è tutto il fronte islamico laico (Egitto) e sunnita (Emirati, Arabia Saudita) – e la Russia presente alla conferenza col primo ministro Medvedev. Per convincere Haftar a venire a Palermo l’Italia si è avvalsa anche dei buoni uffici moscoviti.
Queste dinamiche dovranno essere affrontate se il processo messo in moto ha una qualche possibilità di andare a buon fine. Nel Mediterraneo occidentale si affacciano nostalgie sovietiche e ottomane. La stabilizzazione della Libia non dipende solo dai libici ma anche da forze esterne. Dovrebbe preoccuparci che fra queste, Italia, Europa e Stati Uniti, contino sempre meno, malgrado ci siano in ballo nostri interessi di sicurezza, approvvigionamenti energetici e controllo dell’immigrazione. Sarebbe ora che Roma e Parigi ne parlino senza sgambetti.