Libero, 13 novembre 2018
Per la prima volta in Italia il manoscritto più misterioso di sempre
Quando gli studiosi diventano detectives e cercano di risolvere rompicapi su cui hanno sudato, invano, generazioni di antichisti. È questo il caso dell’intricato mistero che aleggia da secoli su un antico testo, un codice miniato, forse legato ad ambienti esoterici rinascimentali, periodo in cui fu vergato. Il manoscritto Voynich (oggi conservato presso la biblioteca Beineke di Yale) è un susseguirsi di figure simboliche, alcune delle quali probabili metafore di realtà legate al Sepolcro di Gerusalemme, che vogliono comunicare contenuti precisi, evidenti solo agli iniziati. E proprio in virtù di simili intenti è stata scelta, forse inventata una lingua misteriosa, che ha sfidato decine di studiosi, da quando l’opera è stata presentata (con tanto di foto), nel 1912, da un antiquario polacco, Wilfrid Voynich, di cui il testo prende il nome. Il libro faceva parte della collezione di un personaggio sibillino della Roma del Seicento, Athanasius Kircher, studioso dagli interessi enciclopedici e legato alla Curia pontificia, delle cui raccolte il volume faceva parte al momento dell’acquisto (i testi di simili contenuti erano conservati a Villa Mondragone, vicino a Frascati e Voynich lo comprò grazie ai Gesuiti). Storici e linguisti entrarono in azione: subito si pensò che lo scritto fosse appartenuto alla Corte inglese, alla collezione di John Dee, mago (forse leggendario) al servizio di Elisabetta I, e che fosse opera del filosofo Ruggero Bacone o del suo amico, abile falsario, Edward Kelley: ipotesi intriganti, ma mai dimostrate. A questo lungo manoscritto, vergato e illustrato su pergamena, di 204 pagine (ora pubblicato, per la prima volta in Italia, in edizione integrale da Bompiani, a cura di Stephen Skinner, Rafal T. Prinke e René Zabdbergen), si fa riferimento per la prima volta in una lettera scritta da Praga (città magica per eccellenza) da Johannes Marcus Marci (professore, amico di Isaac Newton e medico di Imperatori del Sacro Romano Impero). Nella lettera lo studioso scriveva all’amico Kircher, per affidargli, in quanto esperto in lingue perdute (ad iniziare dai geroglifici, che rimasero un mistero fino al 1824 quando Jean-François Champollion li decifrò) il codice.
I DETTAGLI La lettera contiene preziosi dettagli: il libro sarebbe appartenuto all’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, che, informato dell’eccezionalità dell’opera, pagò seicento ducati (una cifra enorme all’epoca) al messo che gliel’aveva consegnato. Appurata la provenienza e l’iter che portò il reperto tra i testi del Collegio Romano a Frascati, né Woynich né altri studiosi mai riuscirono a decifrarlo. Lo analizzarono però con grande acribia, comprendendo come l’opera sia divisa in sezioni: una parte erboristica, che illustra le proprietà di piante come la curcuma, la calendola o l’origano; poi pagine cosmologiche, contenenti diagrammi astronomici e interpretazioni di segni zodiacali; una sezione farmacologica, con descrizione di piante curative e disegni di ampolle; e poi la sezione più misteriosa di tutte, che mostra donne nude dentro a vasche. Questo portò quantomeno a comprendere che il testo fosse frutto di qualche enciclopedista rinascimentale, dalla conoscenza estesa e trasversale: quasi una summa con basi scientifiche, ma con un messaggio verosimilmente legato a universi religiosi, forse alla Cabalà ebraica.
IL ROMPICAPO Come detto, il vero rompicapo rimane il testo, scritto in un alfabeto e una lingua sconosciuti: schiere di studiosi, linguisti, filologi e criptologi ? persino esperti della Nasa e software di intelligenza artificiale ? hanno cercato di risolvere l’arcano. Ma nessuno c’è riuscito in maniera definitiva. Negli ultimi decenni sono state avanzate ipotesi interessanti, ma sempre parziali: Johannes Juergen Albus, medievista tedesco di inizi ’900, ritenne di avere riconosciuto la ricetta di un medicamento per le ferite, ottenuto dal fegato di capra, scritta in latino abbreviato e tedesco medievale. L’ipotesi più accreditata – anche perché la più recente, che tiene conto di tutti gli studi fatti finora – è avanzata da Stephen Skinner (storico dell’Università di Newcastle), che firma la prefazione del volume Bompiani: potrebbe trattarsi dell’opera di un medico-erborista-astrologo, probabilmente ebreo, vissuto nell’Italia settentrionale, come provano il castello ghibellino che compare tra le pagine e la totale assenza di iconografia cristiana «fatto insolito per quel periodo storico», afferma lo studioso. Ma siamo sempre nel campo delle ipotesi, pur se fondate su elementi di peso e, negli ultimi anni, supportate dall’intelligenza informatica: sono molti gli Istituti universitari (anche nel nostro Paese) che si affidano agli algoritmi del computer per capire il misterioso contenuto del codice Voynich. E una certezza dovrebbe esserci: quasi certamente la lingua usata sarebbe, in prevalenza, una forma di ebraico medievale. Un’intuizione che ebbe già Umberto Eco che volle vedere personalmente il misterioso codice, e che oggi è sostenuta con elementi probanti. Skinner è convinto che «la diffusione delle copie in libreria aiuterà a risolvere questo mistero, poiché qualcuno potrebbe offrire una sua interpretazione mai pensata prima».