Avvenire, 13 novembre 2018
Il boom degli atlanti al tempo del Gps
Molti prevedevano la sua morte, in mezzo all’ondata di nuovi strumenti digitali per orientarsi nello spazio, a cominciare dai Gps. Ma l’atlante geografico cartaceo, dopo aver mutato pelle, torna a sorprendere, ispirando i curiosi d’ogni età, soprattutto attraverso varianti tematiche vieppiù fantasiose, al centro di un boom editoriale in diversi Paesi europei. Non è un caso se la Fondazione Robert Schuman, istituzione franco-belga che promuove l’ideale europeo, ha appena sfornato una nuova edizione del suo Atlante permanente dell’Unione europea, presentandolo come «l’opera indispensabile» per capire le poste in gioco di un continente politicamente in crisi. Solo un esempio fra tanti possibili, proprio mentre certi atlanti di nuova generazione diventano persino dei bestseller ampiamente tradotti. Se n’è appena discusso al Festival internazionale di Geografia di Saint-Dié-des-Vosges, il capoluogo della Lorena da cui, secondo la tradizione, provenne nel 1507 il primo planisfero con il nome “America”. Nella nostra epoca d’interconnessioni sempre più spinte, segnata da concetti geografici sfuggenti come la famosa “globalizzazione”, la mediazione conoscitiva degli atlanti di ogni tipo ha ancora un futuro? In effetti, certi pensatori e studiosi hanno messo in guardia da tempo sui limiti del modello cartografico rispetto alle trame labirintiche degli odierni scambi, dominati dalla finanziarizzazione dell’economia e dal traboccare d’informazioni istantanee su scala planetaria. In Italia, in particolare, il geografo Franco Farinelli sostiene da tempo che i modi per cogliere e rappresentare il nuovo mondo della svolta digitale restano da inventare.
Ma anche se dovesse trattarsi di un lungo canto del cigno, continua a interrogare il dato concreto del moltiplicarsi nelle li- brerie dei nuovi atlanti. Talora persino disegnati a mano, o riempiti di pittogrammi e altri simboli inusuali che fanno pensare quasi ai “mostri” presenti, in tante mappe antiche, nelle aree geografiche meno esplorate.
Per lo svizzero Antoine Bailly, fra i maggiori specialisti internazionali di geografia regionale, l’odierno atlante «permette di visualizzare e di criticare, un po’ come una caricatura. È un nuovo modo di consumare il mondo». Ma secondo il geografo, al di là di ogni specifica e spesso coloratissima trovata editoriale, gli atlanti rispondono sempre pure a un antico bisogno: «Immagini della terra e delle avventure umane, gli atlanti restano il riflesso della fascinazione umana di sempre per l’immagine geografica».
A constatare un fenomeno editoriale «a colpo sicuro mondiale» è pure Jacques Lévy, il geografo francese a cui è andato quest’anno, in Lorena, il premio Vautrin-Lud, prestigiosa ricompensa alla carriera. Per lui, carte e atlanti conoscono una svolta capace di sdoganare «i linguaggi cartografici dalla loro tradizione positivistica, che impediva loro di rispondere alle grandi sfide poste dalle dinamiche stesse dello spazio contemporaneo, come l’urbanizzazione, la mondializzazione e l’emergenza degli attori individuali».
Ma questa proliferazione di atlanti, per Lévy, pone pure nuovi problemi di lettura, dato che «le risorse cognitive per trarre davvero profitto da queste opportunità talvolta restano carenti. Si impone un’educazione alla carta». Fra gli esempi virtuosi, il geografo francese cita pure l’innesto delle carte come risorsa giornalistica, soprattutto negli Stati Uniti: «Le carte del New York Times sono eccellenti. Sono seriamente pensate e al contempo aiutano il lettore a pensare con la carta». Al contempo, a Saint-Dié-des-Vosges, si è ricordato pure un problema tipico connesso a carte e atlanti: l’uso ideologico di questi strumenti da parte dei poteri forti vecchi e nuovi. In proposito, fra gli eredi contemporanei di quella “geografia critica” che continua a sorvegliare pure le forzature ideologiche di molte mappe, si può ad esempio citare il britannico Dereck Gregory, docente nella canadese Vancouver, spesso dedito a decifrare le intenzioni recondite dietro le rappresentazioni degli odierni teatri di guerra, come quello siriano.
Tornando al fenomeno editoriale, fra i più curiosi bestseller internazionali usciti anche in Italia, si possono citare l’Atlante delle isole remote (Bompiani), dell’autrice tedesca Judith Schalansky, o l’Atlante dei Paesi che non esistono (Rizzoli), del geografo britannico Nick Middleton. Inoltre, fra le pubblicazioni recenti promosse da un’istituzione gloriosa come la National geographic society, alcune hanno preso una piega molto edonistica, come l’Atlante
della birra ( White star), degli americani Nancy Hoalst-Pullen e Mark W. Patterson. Oggetti estetici sempre più accattivanti al servizio pure della curiosità infantile, i nuovi atlanti e carte continueranno probabilmente a influenzare ancora la nostra visione del mondo, anche se forse diversamente rispetto al passato. In attesa di comprendere tutte le pieghe del nuovo mondo, si può cercare almeno di disegnarle senza sosta da angoli diversi, come in una lunga serie di bozzetti preparatori.