13 novembre 2018
In morte di Stan Lee
Antonio Carioti per il Corriere della Sera
Non aveva inventato i supereroi, ma li rigenerò e rilanciò in maniera inaspettata, costruendo su di essi quella che è tuttora la più importante casa editrice di fumetti al mondo. L’opera di Stan Lee, scomparso all’età di 95 anni, s’identifica con la storia della Marvel e con una grossa fetta dell’immaginario collettivo contemporaneo, allargata dal successo internazionale dei film che vedono protagonisti i suoi personaggi: un’armata di eroi e criminali, dotati di superpoteri, che si calcola comprenda ben 343 nomi. Tra di essi i Fantastici Quattro, Hulk, l’Uomo Ragno, gli X-Men.
Nato a New York il 28 dicembre 1922, il papà dei Vendicatori (Avengers) e di Iron Man si chiamava all’anagrafe Stanley Martin Lieber e veniva da una famiglia di ebrei romeni immigrati. Sin da ragazzo aveva cominciato a scrivere brevi testi per la Timely Comics dell’editore Martin Goodman, suo zio acquisito, e a soli 17 anni ne era diventato il più giovane sceneggiatore. Ma dopo le tirature altissime degli anni Quaranta i fumetti erano entrati in crisi nel decennio seguente, per via di una dura campagna che li additava come immorali. Tempi di censura e di vendite in calo.
Poi la svolta. Nel 1961 uno Stan Lee non ancora quarantenne riceve da Goodman l’incarico di creare un nuovo gruppo di supereroi. E in coppia con il disegnatore Jack Kirby dà inizio a una leggenda: nascono i Fantastici Quattro, eroi che affrontano minacce cosmiche eppure si comportano come una famiglia, legata da forti vincoli affettivi, ma attraversata da tensioni, risentimenti, gelosie. Personaggi sorprendentemente umani, anzi troppo umani, potentissimi ma afflitti da un bel po’ di lati deboli. È la formula vincente dei «supereroi con superproblemi».
Da questo punto di vista il capolavoro di Lee è l’Uomo Ragno, o Spider-Man, ideato nel 1962 in collaborazione con il disegnatore Steve Ditko. L’adolescente timido e studioso Peter Parker acquista capacità eccezionali grazie al morso di un ragno radioattivo, ma solo dopo l’assassinio dell’amato zio Ben, che lo ha allevato in seguito alla morte dei genitori, capisce che deve usarle per lottare contro la malavita. È un eroe che senza maschera conduce una vita affannosa (non ha un soldo, fatica a trovare una ragazza) ed è malvisto dalla stampa quando entra in azione con il costume addosso. Non gliene va bene una e per questo i giovani lettori si appassionano alle sue vicissitudini.
Così la Marvel Comics, denominazione assunta dalla Timely negli anni Sessanta, scala le classifiche delle vendite. Lee partorisce storie e personaggi a tutto spiano, con ritmi di lavoro impressionanti: per giunta intreccia le vicende dei vari supereroi, che s’incontrano e scontrano di continuo, a New York o nello spazio, fino a comporre un vero e proprio universo narrativo. Instaura anche un rapporto diretto con i lettori attraverso le pagine della posta contenute negli albi a fumetti. Ma non riuscirebbe a seguire tante testate, con trovate sempre emozionanti, se al suo fianco non ci fosse un asso come Kirby, il cui contributo creativo è immenso e non viene adeguatamente riconosciuto. Il portentoso binomio della Marvel si rompe nel 1970, con il disegnatore che passa alla Dc Comics.
Lee dimostra anche coraggio e sensibilità sociale: sfida per esempio la censura, all’epoca molto rigida, quando nel 1971 introduce per la prima volta nei fumetti il tema della droga con una storia dell’Uomo Ragno rimasta memorabile. Non è un episodio sporadico: anche se rimane un patriota anticomunista, Stan non teme di misurarsi con i problemi più scottanti del suo Paese.
Per esempio evoca già nei primi anni Sessanta la questione razziale, con la paura dei diversi (i mutanti dotati di superpoteri dalla nascita) che è il motivo portante della serie X-Men e per altri versi anche delle saghe amare di Hulk. Mette in scena indirettamente i contrasti generazionali e la rivolta giovanile con il dissidio tra il dio Thor e il padre Odino. Crea un supereroe cieco (Daredevil, Devil in Italia) e altri con la pelle nera (Black Panther, Falcon). In tempi di rigurgitante razzismo è stato giustamente richiamato un commento contro il pregiudizio apparso nella sua rubrica di dialogo coi lettori nel 1968.
Nel 1972 Lee aveva abbandonato la direzione editoriale della Marvel, ma ne era rimasto l’uomo immagine più prestigioso. Inoltre aveva perseguito altri progetti creativi. Il suo sogno di promuovere una versione cinematografica e televisiva dell’universo Marvel si è avverato solo quando l’impiego di capitali adeguati e l’avvento delle tecnologie digitali hanno permesso una resa ottimale dei superpoteri. Da allora Stan, benché anziano, era comparso più volte nei film dedicati alle sue creature, con brevi particine di pochi istanti, i cosiddetti cameo, quasi per assegnare un marchio di qualità a quelle produzioni. Era allegro e ammiccante, animato dall’ottimismo del sogno americano. Non si può che ricordarlo così.
***
Luca Raffaelli per la Repubblica
È stato il fumettista che ha preso il superuomo e l’ha fatto diventare uno di noi.
Si faceva chiamare Stan Lee, ed era il creatore di una serie di supereroi che hanno cambiato il mondo del fumetto per diventare icone contemporanee, campioni del merchandising e protagonisti del cinema. Solo per citarne alcuni ecco i Fantastici Quattro, Spider-man, Hulk, Thor, X- Men e Devil. Il suo vero nome era Stanley Martin Lieber, nato a New York 95 anni fa, è morto ieri a Los Angeles. La sua è una tipica storia americana, quella di un uomo che ha dato una svolta alla propria vita trovandosi al posto giusto nel momento giusto. Era figlio di immigrati ebrei arrivati dalla Romania. Il padre era un sarto che pagò duramente la crisi della Grande Depressione: la famiglia Lieber fu costretta a trasferirsi dal paradiso di Manhattan all’inferno del Bronx di quegli anni. Il giovane Stanley si rifugiava nei film e nelle letture sognando di poter scrivere un giorno il grande romanzo sull’America. Dopo la maturità, non ancora diciassettenne, fu impegnato in svariati lavori tra cui quello di scrittore di necrologi e venditore di abbonamenti di quotidiani. A 21 anni entrò nella redazione della casa editrice di pulp magazine e di comic book che lui avrebbe fatto diventare celebre: quella che sarebbe stata la Marvel e che allora si chiamava Timely Comics. Era stato assunto come ragazzo di bottega anche per una lontana parentela con Martin Goodman, il proprietario.
Come accade in queste leggende a poco a poco costruì la sua professionalità, cominciando con il riempire le boccette di inchiostro per arrivare a scrivere le sue prime storie. Il primo personaggio che contribuì a creare è stato The Destroyer nel 1941. Poi arrivò la guerra e quando Lee ritornò al lavoro scrivendo ogni genere di fumetto: comico, romantico, western, medievale, horror. Faceva la vita del playboy e aveva tre bellissime segretarie a cui dettava allo stesso tempo storie diverse. Nel 1947 scrisse Secrets Behind the Comics, un manuale illustrato che lo presentava così: «È stato responsabile di tanti albi a fumetti come nessun altro redattore vivente». Nello stesso anno si sposò con Joan Boocock, una modella inglese che fu d’ispirazione per la donna dei Fantastici Quattro. Ma erano anni complicati per il fumetto statunitense. Le mode cambiavano e molte case editrici chiudevano o licenziavano i dipendenti. Soprattutto i supereroi erano in crisi. E poi ecco il 1954 con La seduzione degli innocenti, il saggio dello psicologo infantile Frederic Wertham che ha costruito la propria fama indicando nei fumetti per ragazzi il nemico da abbattere per la salvezza della nazione. Tutto questo mentre arrivava un concorrente terribile: la televisione. Il fumetto sembrava spacciato. Così alla fine degli anni Cinquanta la crisi arrivò anche per Lee, che era sempre riuscito a rimanere a galla grazie alla sua posizione privilegiata e alla sua energia creativa. Tanto che a un disegnatore disse: «Sembra di stare su una nave che affonda. E noi siamo i topi». Ma la nave non affondò, anzi. Leggenda vuole che nel 1961, nel corso di una partita a golf, il suo editore avesse incontrato il rivale della DC Comics e che questi gli avesse rivelato come i suoi personaggi (tra cui Superman, Batman e Wonder Woman) fossero di nuovo di successo una volta riuniti come gruppo della Justice League of America. E allora Woodman chiese di inventare un gruppo a Lee: così nacquero i Fantastici Quattro. Più piccoli e indifesi dei concorrente. Diventati supereroi a causa di un incidente con i raggi cosmici e non per provenienza extraterrestre (come Superman) o per volontà (come Batman, che peraltro non ha superpoteri). In un caso, quello de La Cosa, la trasformazione è tragica, perché il supereroe si sente diverso ed emarginato (un’idea che Lee ha poi sfruttato assai bene in altre creazioni, come gli X- Men).
Inoltre, i supereroi Marvel vivono tra noi, a New York, e hanno anche problemi pratici, come quelli di trovare i soldi per pagare l’affitto. Stan non scriveva delle sceneggiature precise, ma dava ai disegnatori solo trame abbozzate. Poi rivedeva tutto aggiungendo dialoghi e didascalie: un metodo nuovo che dava freschezza ai suoi fumetti. Insomma, quel primo successo è stato un vero big bang: tra il 1962 e il 1964 Lee creò Spider- Man, Hulk, Thor, Iron Man, X- Men, Devil e il Dottor Strange. Tutti con la stessa idea di fondo. Per esempio Peter Parker era un ragazzino timido e impacciato, ma i suoi superpoteri di Spider- Man non miglioravano le cose, anzi: dai grandi poteri derivano grandi responsabilità.
Con il successo il potere di Lee è diventato enorme, anche perché a lui solo veniva riconosciuta la paternità dei personaggi. Così sono nati contrasti durissimi con i disegnatori: in particolare con Jack Kirby (Fantastici Quattro, Thor, Hulk e molti altri) e Steve Ditko (Spider-Man). Ma, nonostante le polemiche finite in tribunale, Lee è sempre riuscito a dare di sé un’immagine di uomo che sa stare al passo con i tempi che cambiano. Così, senza mai smettere di inventare qualcosa, è diventato manager e uomo immagine della Marvel, partecipando ai festival, entrando nel mondo di Internet e poi cavalcando (anche da produttore) il clamoroso successo dei film dei supereroi. In ogni pellicola gli appassionati attendevano la sua entrata in scena, anche solo per pochi secondi: poteva essere un anziano ufficiale, un vecchio ubriacone o un degente di un ospedale psichiatrico. Ma era visibilmente lui, Stan Lee, detto The Man o anche The Smilin’, il sorridente. Insomma, la leggenda vivente dei supereroi Marvel.
***
Guido Tiberga per La Stampa
«E pensare che il primo Uomo Ragno non lo voleva nessuno». Questa frase Stanley Martin Lieber, conosciuto nel mondo dei comics e del cinema come Stan Lee e morto ieri sera a Los Angeles a 95 anni, l’avrà pronunciata un milione di volte: nel 1963 nessuno voleva Spiderman perché l’idea era lontanissima dal topos del supereroe tutto d’un pezzo. Non un alieno come Superman, non un uomo straricco e oscuro come Batman, ma un liceale studioso e orfano, bullizzato dai compagni e viziato da una vecchia zia premurosa e protettiva. «E poi i ragni fanno schifo alla gente», sorrideva, consapevole e soddisfatto della sua idea assurda che aveva conquistato tutti.
Lo studente Peter Parker si trasforma in un superuomo per il morso di un ragno radioattivo (nel film del 2002, quando il ricordo e la paura della bomba si erano fatti più lontani, il ragno era diventato Ogm), non vuole salvare universi e vincere il Male, ma solo raccogliere qualche soldo combattendo sul ring. Non ferma un ladro che gli passa davanti, e quando questi uccide suo zio viene travolto da un sentimento che mai si era visto prima nei fumetti: il senso di colpa.
«Da un grande potere derivano grandi responsabilità» diventa il mantra di Spiderman e di tutti gli altri figli di Lee. Tutte persone normali catapultate dal caso o dalla sfortuna in una vita di coraggio e di violenza. Tutti egualmente tormentati: Ben Grimm, la Cosa dei Fantastici 4, soffre per il suo corpo fortissimo ma deforme. Matt Murdock, Daredevil, è un avvocato cieco. Gli X Men sono mutanti, emarginati come tutti i diversi in un’epoca in cui gli emarginati soffrivano senza marce di pride e political correct. I
ron Man è un ricco cardiopatico che si costruisce una corazza per sopravvivere, prima ancora che per combattere.
L’elenco dei figli di Lee è sterminato e famosissimo: gli eroi della Marvel sono quasi tutti suoi, e quasi tutti usciti da un quinquennio di creatività straordinaria e confusa: Stan Lee non scriveva sceneggiature come gli altri: riuniva i disegnatori e si scatenava con loro nel più visionario dei brainstorming. Quelli gli portavano le tavole, e lui aggiungeva i suoi dialoghi ironici e le sue didascalie surreali, con gli eroi che irridevano i nemici prima di picchiarli e i lettori sorpresi dal tono divertito delle sue note a margine.
Era un uomo spesso rude: litigò con i più grandi disegnatori delle sue opere, da Jack Kirby a Steve Dikto, che gli contendevano la paternità dei personaggi. Polemizzò con i registi che talvolta forzavano le sue trame, pur senza rinunciare a ritagliarsi un cameo da comparsa nei film: venditore di panini, bibliotecario, giurato di tribunale, vicino di casa, semplice passante.
I suoi eroi hanno segnato l’immaginario collettivo per oltre mezzo secolo: si possono non apprezzare, criticare, ma di certo non sono molti gli occidentali che possono dire di non averli conosciuti, letti o guardati almeno una volta. Soltanto Disney può reggere il confronto, ma se Walt ha legato il suo nome a un universo e a uno stile, Stan ha dovuto combattere fino all’ultimo per difendere i suoi meriti. E questo nonostante la sua apertura a Internet e alle nuove piattaforme. Ancora qualche mese fa aveva annunciato una causa miliardaria contro i suoi soci nella «Pow! Entertainment», la società che aveva fondato nel 2001, quasi ottantenne, accusandoli di avergli fatto firmare un contratto capestro.
Con lui non se ne va solo uno straordinario raccontatore di storie, ma un creatore di mondi. Probabilmente uno degli ultimi geni del Novecento.