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 2018  novembre 13 Martedì calendario

L’autoimprestito di Rossini

Era sempre l’ultimo pezzo che si componeva, l’Ouverture. Spesso a prove già iniziate. A volte arrivava sui leggii poche ore prima del debutto, senza che l’orchestra avesse nemmeno il tempo di provarla. A volte il compositore non riusciva proprio a comporla in tempo e ne faceva eseguire una già usata in altre occasioni, e in altre città: niente dischi, a quel tempo, e nessuno se ne accorgeva. È l’«autoimprestito», pratica diffusa nel Settecento ma che anche Rossini – 39 opere in 19 anni – sfruttò non poco, soprattutto negli anni di lavoro matto e disperatissimo. Ecco allora che la celeberrima pagina nota come Sinfonia del Barbiere di Siviglia, non era stata scritta per introdurre quel capolavoro buffo ma il quasi sconosciuto dramma serio Aureliano in Palmira. Che la Sinfonia di Otello corrisponde in sostanza a quella di Sigismondo, che a sua volta ricalca con alcune varianti quella del Turco in Italia: varianti a volte necessarie per la diversa configurazione dell’orchestra che avrebbe suonato il brano; a volte create ad hoc per introdurre motivi propri dell’opera nuova o eliminare quelli presenti nella vecchia. Insomma, si vuol dire che Rossini era un birbante? No. Anche la musica di Bach è piena di «autoimprestiti» e l’«autoimprestito» è tutt’altra cosa rispetto al plagio. «Si può dire – come suggerisce Renzetti – che Rossini fu il primo arrangiatore di se stesso. A ben vedere, introdusse in molti casi piccole varianti di tempo o di articolazione (legato, staccato, sforzato ecc.) che oggi pongono non pochi dubbi all’interprete che voglia afferrarne il perché». E la collana del Corriere permette in ogni caso all’ascoltatore di valutare tutti i casi e di scoprire che non è quasi mai di un banale copia e incolla. (e.gir.)