Corriere della Sera, 13 novembre 2018
Sulla rete unica nazionale
Una rete unica nazionale per colmare il «digital divide» del Paese. In se stesso il progetto gialloverde non è una novità per i soggetti industriali e finanziari che siedono al tavolo delle tlc, e qualcuno ha subito ricordato i progetti del predecessore di Luigi Di Maio allo Sviluppo, Carlo Calenda.
Mancano ancora troppi elementi perché qualcuno azzardi giudizi espliciti (e prudenza e riservatezza la fanno da padrone), ma oggi come nel recente passato si possono già cogliere reazioni al piano da parte di chi nelle reti e nella banda larga ha interessi in gioco, da Cdp ad Enel fino ad Open Fiber e agli altri operatori di tlc come Fastweb e Vodafone.
La prima perplessità, abbastanza trasversale, riguarda il senso dell’operazione. Industriale e di sistema, si dice, anche se il dubbio di fondo è che le buone intenzioni sfocino, volutamente o meno, in un esito preciso: quello di risolvere i problemi finanziari – di debito e di investimento – di Tim o della futura entità, magari anche in virtù dell’introduzione della cosiddetta «Rab» (la base per una tariffa legata agli investimenti, come accade per reti elettriche, gas o idriche) e quindi a spese dei consumatori.
Anche il concetto di «rete unica» solleva qualche dubbio, non essendo in sé una garanzia di efficienza del sistema: Open Fiber, la società Cdp, F2i (poi uscita) e Enel, è stata creata proprio per spingere la diffusione di un’infrastruttura, la banda ultra-larga, poco sviluppata in Italia dall’operatore dominante.
Se si resta poi in casa Enel, il ceo Francesco Starace ha sempre cercato in passato di tenersi fuori da indiscrezioni, ipotesi fanta-finanziarie, «accrocchi societari» o integrazioni forzate. Per provare a convincerlo della bontà dal progetto che l’esecutivo vuole tenere a battesimo, bisognerebbe forse dimostrargli che la missione industriale della cablatura intrapresa da Open Fiber possa non solo proseguire («nessun esproprio», ha in effetti garantito il governo), ma essere addirittura facilitata dal punto di vista dei tempi di realizzazione, dell’efficacia, dei costi e dei risultati economici. E che, soprattutto, quella missione non venga snaturata, trasformando Open Fiber da operatore esclusivamente infrastrutturale, come oggi, a commerciale, ovvero integrandolo verso la clientela.
Si tratterebbe insomma di un atteggiamento d’attesa un po’ zen, spesso ribadito: non contrario in linea di principio a progetti di riassetto complessivo, ma restio a coinvolgimenti in discussioni su partecipazioni e controllo. E determinato nel proseguire nella posa di nuova fibra, che entro fine anno (secondo le stime disponibili) dovrebbe arrivare in 4 milioni di case, grazie a una progressione di 40-50 mila famiglie a settimana. Risultati che stanno già in piedi anche dal punto di vista finanziario: uno scorporo del 50% di Open Fiber produrrebbe a quanto pare una plusvalenza per il gruppo elettrico.
Tutte posizioni e verosimili reazioni che alla luce di maggiori dettagli del piano «Superweb» del governo Lega-M5S potrebbero modificarsi o addirittura rovesciarsi. Resta comunque un’altra convinzione diffusa, difficile da scalfire: che malgrado la dichiarata fretta di andare avanti verso la digitalizzazione del Paese, si tratti solo dei primi passi di una lunga maratona. Per la quale servirebbe un esecutivo non solo più determinato ma anche più resistente di quelli passati.