la Repubblica, 13 novembre 2018
La Nazionale di basket senza i migliori per colpa dei club
Alle qualificazioni Mondiali non mancheranno solo gli Nba. Oggi la rinuncia alla convocazione anche degli azzurri impegnati in Eurolega: i calendari coincidono per uno scontro di potere con la Fiba. E può succedere al calcio A meno di avere due televisori affiancati e quattro occhi, la serata del prossimo 29 novembre chiederà agli appassionati di basket una scelta: meglio assistere a Zalgiris- Olimpia Milano di Eurolega o a Italia- Lituania, sfida quasi decisiva per la qualificazione a Cina 2019, il Mondiale da cui gli azzurri mancano dal preistorico 2006? Non sfugga la coincidenza di un doppio confronto italo- lituano, ambientato tra Kaunas e Brescia, nello stesso giorno, nella stessa serata. Ecco, più che una coincidenza, la scelta dell’Eurolega pare una provocazione che fa infuriare la Federbasket. Ed è soprattutto il segnale di quel che è oggi il basket delle nazionali, ridotte come sono ad antichi simulacri, contenitori vuoti di una storia che sta rapidamente finendo. Così, scontate le assenze di Gallinari e Belinelli, impegnati al di là dell’Atlantico in Nba, il ct Sacchetti dovrà fare a meno anche di tre dei suoi uomini migliori, Datome, Melli e Hackett, che i loro club di ambizioni europee, Fenerbahçe e Cska Mosca, non lasceranno uscire dal confine dell’Eurolega, né per questa finestra ( Italia contro Lituania il 29 e ospite della Polonia il 2 dicembre a Danzica), né per la prossima ( a fine febbraio). Accade perché l’Eurolega, concepita com’è ora, è una sorta di Nba-bis e soprattutto una Superlega ricca e potentissima con 11 presenze fisse su 16 (l’Olimpia Milano è l’unica italiana) e pronta ad allargarsi il prossimo anno a 18, con due nuovi ingressi da licenza pluriennale, la francese Villeurbanne e la tedesca Bayern Monaco. Se questa è la strada che anche il calcio medita di intraprendere, con l’istituzione di una sua Superlega, il panorama che ci aspetta sarà molto simile a questo. L’estensione dell’Eurolega dall’autunno 2019 manderà sempre più a fondo i calendari (anche la Serie A il prossimo anno passerà a 18 squadre) e metterà sempre più ai margini le nazionali, già oggi ridotte a fastidi da aggirare con qualche escamotage, anche contro, a volte, la volontà dei giocatori. Il “dono” di Milano, in questa finestra, sarà la concessione di un paio dei suoi italiani. Nessun problema: in Eurolega fanno panchina e tribuna. Cinciarini ha 9 minuti medi d’impiego, Della Valle 7’15”, Burns in sei partite ha giocato in tutto 2 minuti e il solo Brooks, naturalizzato in gran fretta a settembre, arriva a 22. Pianigiani si muoverà in pratica come un ct ombra. E comunque non sta funzionando la nuova regola dei 5 stranieri+ 5 italiani imposta dalla Fip in Serie A. I 5 italiani vanno a referto perché è obbligatorio che ci vadano e, quasi illogicamente, la loro presenza in campo si è rarefatta: appena il 27% dei giocatori schierati in A ha lo status di italiano, un anno fa si arrivava al 30%. «I club» spiega il dt azzurro Boscia Tanjevic, «non hanno voglia di investire sui settori giovanili, è troppo difficile partire dal basso, programmare, avere pazienza, e poi dicono che gli italiani costano troppo. No, la verità è che tutti vanno sul mercato cercando un pistolero, un Larry Wright che viene, gioca e vince da solo le partite. E invece il meglio che la pallacanestro abbia prodotto in Italia a livello di nazionale è venuto quando gli italiani in campo erano 8, 9. Ora quelli buoni nemmeno possiamo schierarli in Nazionale». Un movimento che prova a imporre la presenza di italiani, non può impiegare i suoi migliori giocatori. Il paradosso è completo. E per trovare il capo del filo, come sempre, bisogna seguire i soldi.