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 2018  novembre 11 Domenica calendario

Tornatore racconta Morricone


Ennio, un maestro è il titolo del libro-intervista che Giuseppe Tornatore ha scritto con Ennio Morricone: insieme, il regista e il compositore lo presenteranno lunedì a Roma al Quirino.
Tornatore, nel libro scrive che la conversazione è tratta da un documentario. È così?
«Un documentario che ho cominciato molto tempo fa e che avrei voluto finire in tempo per i suoi 90 anni (il compleanno è domani, ndr). Non ce l’ho fatta: ora ho finito le interviste, anche quelle internazionali, tra poco inizierò il montaggio. È la moglie di Ennio che, assistendo all’intervista, ci ha dato l’idea». 
Un documentario con Morricone e su Morricone?
«Sì, c’è lui e ci sono tante persone che l’hanno conosciuto e hanno lavorato con lui, materiale di repertorio. È un film complesso, i tempi si sono dilatati più del previsto».
Così racconterà anche questo ritorno alla grande, con l’Oscar e i tanti concerti con il Maestro sul podio.
«Che ricordi, lui non si è mai fermato un istante. In 31 anni non l’ho mai visto fermo». 
Il vostro primo film insieme è «Nuovo cinema Paradiso», 1988: com’è andata? Si dice non sia un tipo facile...
«L’avevo sentito dire e ho continuato a sentirlo dire dopo, ma non è la mia esperienza. È rigorosissimo, questo sì, ma generoso, instancabile, sempre pronto ad approfondire per ottenere il meglio. Non ama sentirsi dire: bravo. Anzi, gli piace avere giudizi critici».
Il suo libro spiega bene il rapporto tra avanguardia novecentesca e tradizione nella musica di Morricone: perfino alle canzoni che arrangiava applicava i principi della dodecafonia. Da qui deriva la sua cifra così raffinata eppure comprensibile a tutti.
«Quando faceva l’arrangiatore di canzoni (lui le chiama canzonette, io canzoni) amava riscattare il mestiere, secondo lui umilissimo, attingendo a stilemi musicali che avevano un’origine colta. Strumentava Gianni Morandi e Edoardo Vianello ma pensava a Wagner e Bach».
Gli sono mancati i riconoscimenti in quella che chiama «musica assoluta», colta?
«C’è stato in lui un conflitto interiore che si è protratto a lungo, ma ora si è pacificato: faceva l’arrangiatore e poi l’autore di musiche per film per “campare”, il successo gli ha impedito di smettere. Però, dando segretamente dignità a queste attività che considerava umili è arrivato a costruire uno stile che l’ha reso grande. E dopo anni si è reso conto che anche questa è musica colta, importante, è la musica del Novecento e del secolo a venire. Ha sempre cercato di andare più a fondo, oltre, nella composizione, nella strumentazione, nella contaminazione dei canoni, nella ricerca di sonorità. Ora sa che nella storia della musica ci sarà la musica assoluta, ma anche un posto importante per la musica applicata al cinema».
Dal suo libro appare come un uomo sicuro della sua arte, ma anche disponibile a servire film e regista.
«Quando lavoro con lui, so che posso chiedergli tutto. Sa essere umilissimo. Sa essere artigiano, ecco».
Sa di essere l’unica vera rockstar italiana? “Morricone Rock” è ormai un genere.
«È una cosa che mi sono sentito dire decine di volte nelle interviste per il documentario. Quindici, vent’anni fa quando gli dicevo: sai, Ennio c’è un gruppo rock che apre i concerti con un pezzo tuo, lui si metteva a ridere. “Che follia!” Poi i casi si sono moltiplicati e lui stesso forse ora pensa che deve esserci una ragione. Ma intanto continua a riderci su».
Il Maestro mi disse che era una questione di sonorità.
«La sua ossessione per il timbro lo porta a incrociare il gusto dei musicisti che nella specificità del timbro inseguono una loro identità. Ma ci sono altre ragioni, come la sua ossessione di risolvere la composizione con il minor numero possibile di suoni. Un punto d’incontro con il rock».
State lavorando insieme?
«Sempre. Abbiamo finito da poco un breve documentario per Dolce & Gabbana e stiamo parlando del mio nuovo film. Quando ci vediamo, a cena, anche per stare un po’ insieme, finiamo sempre per lavorare. Magari mi chiama dopo: quella cosa che mi hai detto mi ha fatto venire in mente...».
Una volta lui mi disse: «Tutti mi chiedono sempre di Leone, ma io ho lavorato con tanti altri registi. Perché non mi chiedete di Tornatore?».
«Dice: con Leone ho fatto cinque o sei film, poi ne ho fatti altri 450 e tutti se lo dimenticano. Io a volte gli rispondo: perché lì è esplosa la tua novità. Quando chiedo a attori, registi, scrittori, compositori come hanno conosciuto Ennio, tutti dicono: da ragazzo, vedendo i western ho sentito qualcosa che non avevo mai sentito prima».
E lei?
«Avevo 8 anni: ero al mare, nel mio stabilimento balneare c’era un juke-box, una canzone 50 lire, tre 100 lire. Un giorno da lì si sprigionò un brano che avevo ascoltato al cinema. Mi avvicinai e tra le quattro copertine esposte vidi il 45 giri di Per un pugno di dollari e la scritta: Musiche di Ennio Morricone. Lo ricordo benissimo». 
Un artista pop suo malgrado.
«Il suo malgrado però bisogna interpretarlo bene. Non ha scelto di esserlo, però si è divertito a farlo. Doveva dare qualcosa di facile consumazione ma dentro ci metteva come in un cavallo di Troia elementi musicali che popolari non erano, anzi, erano colti, assoluti, difficili. E ha inventato un codice di cui non si è mai dispiaciuto, anzi ne va fiero».
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI


Ennio, un maestro è il titolo del libro-intervista che Giuseppe Tornatore ha scritto con Ennio Morricone: insieme, il regista e il compositore lo presenteranno lunedì a Roma al Quirino.
Tornatore, nel libro scrive che la conversazione è tratta da un documentario. È così?
«Un documentario che ho cominciato molto tempo fa e che avrei voluto finire in tempo per i suoi 90 anni (il compleanno è domani, ndr). Non ce l’ho fatta: ora ho finito le interviste, anche quelle internazionali, tra poco inizierò il montaggio. È la moglie di Ennio che, assistendo all’intervista, ci ha dato l’idea». 
Un documentario con Morricone e su Morricone?
«Sì, c’è lui e ci sono tante persone che l’hanno conosciuto e hanno lavorato con lui, materiale di repertorio. È un film complesso, i tempi si sono dilatati più del previsto».
Così racconterà anche questo ritorno alla grande, con l’Oscar e i tanti concerti con il Maestro sul podio.
«Che ricordi, lui non si è mai fermato un istante. In 31 anni non l’ho mai visto fermo». 
Il vostro primo film insieme è «Nuovo cinema Paradiso», 1988: com’è andata? Si dice non sia un tipo facile...
«L’avevo sentito dire e ho continuato a sentirlo dire dopo, ma non è la mia esperienza. È rigorosissimo, questo sì, ma generoso, instancabile, sempre pronto ad approfondire per ottenere il meglio. Non ama sentirsi dire: bravo. Anzi, gli piace avere giudizi critici».
Il suo libro spiega bene il rapporto tra avanguardia novecentesca e tradizione nella musica di Morricone: perfino alle canzoni che arrangiava applicava i principi della dodecafonia. Da qui deriva la sua cifra così raffinata eppure comprensibile a tutti.
«Quando faceva l’arrangiatore di canzoni (lui le chiama canzonette, io canzoni) amava riscattare il mestiere, secondo lui umilissimo, attingendo a stilemi musicali che avevano un’origine colta. Strumentava Gianni Morandi e Edoardo Vianello ma pensava a Wagner e Bach».
Gli sono mancati i riconoscimenti in quella che chiama «musica assoluta», colta?
«C’è stato in lui un conflitto interiore che si è protratto a lungo, ma ora si è pacificato: faceva l’arrangiatore e poi l’autore di musiche per film per “campare”, il successo gli ha impedito di smettere. Però, dando segretamente dignità a queste attività che considerava umili è arrivato a costruire uno stile che l’ha reso grande. E dopo anni si è reso conto che anche questa è musica colta, importante, è la musica del Novecento e del secolo a venire. Ha sempre cercato di andare più a fondo, oltre, nella composizione, nella strumentazione, nella contaminazione dei canoni, nella ricerca di sonorità. Ora sa che nella storia della musica ci sarà la musica assoluta, ma anche un posto importante per la musica applicata al cinema».
Dal suo libro appare come un uomo sicuro della sua arte, ma anche disponibile a servire film e regista.
«Quando lavoro con lui, so che posso chiedergli tutto. Sa essere umilissimo. Sa essere artigiano, ecco».
Sa di essere l’unica vera rockstar italiana? “Morricone Rock” è ormai un genere.
«È una cosa che mi sono sentito dire decine di volte nelle interviste per il documentario. Quindici, vent’anni fa quando gli dicevo: sai, Ennio c’è un gruppo rock che apre i concerti con un pezzo tuo, lui si metteva a ridere. “Che follia!” Poi i casi si sono moltiplicati e lui stesso forse ora pensa che deve esserci una ragione. Ma intanto continua a riderci su».
Il Maestro mi disse che era una questione di sonorità.
«La sua ossessione per il timbro lo porta a incrociare il gusto dei musicisti che nella specificità del timbro inseguono una loro identità. Ma ci sono altre ragioni, come la sua ossessione di risolvere la composizione con il minor numero possibile di suoni. Un punto d’incontro con il rock».
State lavorando insieme?
«Sempre. Abbiamo finito da poco un breve documentario per Dolce & Gabbana e stiamo parlando del mio nuovo film. Quando ci vediamo, a cena, anche per stare un po’ insieme, finiamo sempre per lavorare. Magari mi chiama dopo: quella cosa che mi hai detto mi ha fatto venire in mente...».
Una volta lui mi disse: «Tutti mi chiedono sempre di Leone, ma io ho lavorato con tanti altri registi. Perché non mi chiedete di Tornatore?».
«Dice: con Leone ho fatto cinque o sei film, poi ne ho fatti altri 450 e tutti se lo dimenticano. Io a volte gli rispondo: perché lì è esplosa la tua novità. Quando chiedo a attori, registi, scrittori, compositori come hanno conosciuto Ennio, tutti dicono: da ragazzo, vedendo i western ho sentito qualcosa che non avevo mai sentito prima».
E lei?
«Avevo 8 anni: ero al mare, nel mio stabilimento balneare c’era un juke-box, una canzone 50 lire, tre 100 lire. Un giorno da lì si sprigionò un brano che avevo ascoltato al cinema. Mi avvicinai e tra le quattro copertine esposte vidi il 45 giri di Per un pugno di dollari e la scritta: Musiche di Ennio Morricone. Lo ricordo benissimo». 
Un artista pop suo malgrado.
«Il suo malgrado però bisogna interpretarlo bene. Non ha scelto di esserlo, però si è divertito a farlo. Doveva dare qualcosa di facile consumazione ma dentro ci metteva come in un cavallo di Troia elementi musicali che popolari non erano, anzi, erano colti, assoluti, difficili. E ha inventato un codice di cui non si è mai dispiaciuto, anzi ne va fiero».
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Ennio, un maestro è il titolo del libro-intervista che Giuseppe Tornatore ha scritto con Ennio Morricone: insieme, il regista e il compositore lo presenteranno lunedì a Roma al Quirino.
Tornatore, nel libro scrive che la conversazione è tratta da un documentario. È così?
«Un documentario che ho cominciato molto tempo fa e che avrei voluto finire in tempo per i suoi 90 anni (il compleanno è domani, ndr). Non ce l’ho fatta: ora ho finito le interviste, anche quelle internazionali, tra poco inizierò il montaggio. È la moglie di Ennio che, assistendo all’intervista, ci ha dato l’idea». 
Un documentario con Morricone e su Morricone?
«Sì, c’è lui e ci sono tante persone che l’hanno conosciuto e hanno lavorato con lui, materiale di repertorio. È un film complesso, i tempi si sono dilatati più del previsto».
Così racconterà anche questo ritorno alla grande, con l’Oscar e i tanti concerti con il Maestro sul podio.
«Che ricordi, lui non si è mai fermato un istante. In 31 anni non l’ho mai visto fermo». 
Il vostro primo film insieme è «Nuovo cinema Paradiso», 1988: com’è andata? Si dice non sia un tipo facile...
«L’avevo sentito dire e ho continuato a sentirlo dire dopo, ma non è la mia esperienza. È rigorosissimo, questo sì, ma generoso, instancabile, sempre pronto ad approfondire per ottenere il meglio. Non ama sentirsi dire: bravo. Anzi, gli piace avere giudizi critici».
Il suo libro spiega bene il rapporto tra avanguardia novecentesca e tradizione nella musica di Morricone: perfino alle canzoni che arrangiava applicava i principi della dodecafonia. Da qui deriva la sua cifra così raffinata eppure comprensibile a tutti.
«Quando faceva l’arrangiatore di canzoni (lui le chiama canzonette, io canzoni) amava riscattare il mestiere, secondo lui umilissimo, attingendo a stilemi musicali che avevano un’origine colta. Strumentava Gianni Morandi e Edoardo Vianello ma pensava a Wagner e Bach».
Gli sono mancati i riconoscimenti in quella che chiama «musica assoluta», colta?
«C’è stato in lui un conflitto interiore che si è protratto a lungo, ma ora si è pacificato: faceva l’arrangiatore e poi l’autore di musiche per film per “campare”, il successo gli ha impedito di smettere. Però, dando segretamente dignità a queste attività che considerava umili è arrivato a costruire uno stile che l’ha reso grande. E dopo anni si è reso conto che anche questa è musica colta, importante, è la musica del Novecento e del secolo a venire. Ha sempre cercato di andare più a fondo, oltre, nella composizione, nella strumentazione, nella contaminazione dei canoni, nella ricerca di sonorità. Ora sa che nella storia della musica ci sarà la musica assoluta, ma anche un posto importante per la musica applicata al cinema».
Dal suo libro appare come un uomo sicuro della sua arte, ma anche disponibile a servire film e regista.
«Quando lavoro con lui, so che posso chiedergli tutto. Sa essere umilissimo. Sa essere artigiano, ecco».
Sa di essere l’unica vera rockstar italiana? “Morricone Rock” è ormai un genere.
«È una cosa che mi sono sentito dire decine di volte nelle interviste per il documentario. Quindici, vent’anni fa quando gli dicevo: sai, Ennio c’è un gruppo rock che apre i concerti con un pezzo tuo, lui si metteva a ridere. “Che follia!” Poi i casi si sono moltiplicati e lui stesso forse ora pensa che deve esserci una ragione. Ma intanto continua a riderci su».
Il Maestro mi disse che era una questione di sonorità.
«La sua ossessione per il timbro lo porta a incrociare il gusto dei musicisti che nella specificità del timbro inseguono una loro identità. Ma ci sono altre ragioni, come la sua ossessione di risolvere la composizione con il minor numero possibile di suoni. Un punto d’incontro con il rock».
State lavorando insieme?
«Sempre. Abbiamo finito da poco un breve documentario per Dolce & Gabbana e stiamo parlando del mio nuovo film. Quando ci vediamo, a cena, anche per stare un po’ insieme, finiamo sempre per lavorare. Magari mi chiama dopo: quella cosa che mi hai detto mi ha fatto venire in mente...».
Una volta lui mi disse: «Tutti mi chiedono sempre di Leone, ma io ho lavorato con tanti altri registi. Perché non mi chiedete di Tornatore?».
«Dice: con Leone ho fatto cinque o sei film, poi ne ho fatti altri 450 e tutti se lo dimenticano. Io a volte gli rispondo: perché lì è esplosa la tua novità. Quando chiedo a attori, registi, scrittori, compositori come hanno conosciuto Ennio, tutti dicono: da ragazzo, vedendo i western ho sentito qualcosa che non avevo mai sentito prima».
E lei?
«Avevo 8 anni: ero al mare, nel mio stabilimento balneare c’era un juke-box, una canzone 50 lire, tre 100 lire. Un giorno da lì si sprigionò un brano che avevo ascoltato al cinema. Mi avvicinai e tra le quattro copertine esposte vidi il 45 giri di Per un pugno di dollari e la scritta: Musiche di Ennio Morricone. Lo ricordo benissimo». 
Un artista pop suo malgrado.
«Il suo malgrado però bisogna interpretarlo bene. Non ha scelto di esserlo, però si è divertito a farlo. Doveva dare qualcosa di facile consumazione ma dentro ci metteva come in un cavallo di Troia elementi musicali che popolari non erano, anzi, erano colti, assoluti, difficili. E ha inventato un codice di cui non si è mai dispiaciuto, anzi ne va fiero».
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