Il Messaggero, 11 novembre 2018
Finire la Tav costerebbe all’Italia 2,5 miliardi, li stessi che spenderebbe per ritirarsi
Non fare la Tav costerebbe circa 2,5 miliardi. Del resto, al di là delle polemiche politiche, il cantiere dell’Alta Velocità Torino-Lione, è operativo. I lavori non sono fermi, tanto è vero che la talpa in azione sul versante francese avanza di 15 metri ogni giorno. Sul versante italiano sono stati scavati 24 chilometri di tunnel di vario genere, non solo esplorativi come è accaduto nei mesi scorsi con il cantiere di Chiomonte, ma anche gallerie di servizio per il tunnel definitivo. Non solo. Tutto è pronto per avviare nuove gare da 2,5 miliardi per il decollo definito dei lavori. Appalti destinati a fornire ossigeno a moltissime imprese e a oltre 4.000 lavoratori che fino al 2026 sarebbero impegnati in un cantiere da record globale visto che quello tra Italia e Francia sarà il tunnel ferroviario più lungo del mondo. Sopratutto la Torino-Lione fa parte del corridoio che parte da Lisbona e arriva in Ucraina ed è dunque considerata strategica dall’Ue che la finanzia per il 40% del suo costo complessivo di 8,6 miliardi, più dell’Italia che ci mette il 35% (grosso modo 2,5 miliardi) e della Francia che contribuisce con uno spicchio del 25%. La Torino-Lione è un’opera gestita da una società italo-francese, la Telt, che è per il 50% di proprietà del mini stero delle Infrastrutture france se e per il 50% delle Ferrovie dello Stato con tanto di presidente transalpino e di direttore generale italiano. Questa suddivisione fa sì che la Telt non possa rispondere ad eventuali direttive esclusive del governo italiano (o di quello francese) perché la società risponde a tre Corte dei Conti: italiana, francese ed europea.
La Tav è una linea di 65 chilometri, 57 dei quali di tunnel, a doppia canna, con due stazioni internazionali a Susa e a Saint-Jean-de-Maurienne. La ferrovia è destinata al trasporto di merci e persone e trasforma l’attuale linea di montagna il tunnel del Frejus – in una sorta di linea di pianura, dunque ad alta capacità per il trasporto di beni commerciali. E andrebbe ricordato che l’Italia esporta verso Francia, Spagna e Gran Bretagna molte più merci di quanto ne importi. All’Italia ritirarsi dal progetto costerebbe grosso modo la stessa cifre destinata alla costruzione: 2,5 miliardi suddivisi in 600 milioni da restituire all’Ue, 600 per coprire la rescissione dei contratti e oltre 1 miliardo per eliminare le tracce dei cantieri aperti. Domani, a Bruxelles, c’è un vertice Italia-Francia: si incontreranno i ministri Danilo Toninelli ed Elisabeth Borne.