Robinson, 11 novembre 2018
Oltre il giardino
Dei giardini di Babilonia non sappiamo nulla di certo, nemmeno se siano mai esistiti. Ma degli altri giardini cominciamo a sapere tutto. Non è solo la manualistica per appassionati o apprendisti, non sono più solo i prodotti specialistici riservati ai laureati in botanica; storia, saggistica e divulgazione scientifica si sono infatuati di alberi, fiori e piante, e il pubblico sembra apprezzare. L’ultimo esempio di questa fioritura è Storia dei giardini di Carlo Tosco, saggio che dall’Eden biblico ci conduce sulle soglie del nostro Rinascimento, ma prima erano stati La vita delle piante del filosofo Emanuele Coccia e, soprattutto, i libri dello scienziato Stefano Mancuso sul mondo vegetale e sull’insegnamento che esso può impartire – qui e ora – alle nostre vite biologiche e ai nostri mondi sociali.
In giro c’è voglia di giardino, evidentemente. Una sensibilità che guarda non alla “natura” in senso lato ma a quella natura che rendiamo a noi prossima attraverso conoscenza, creatività e bellezza: «È certamente una reazione uguale e contraria al rapporto sempre più stretto tra uomo e tecnologia», dice Carlo Tosco, secondo il quale «la civiltà dell’hi-tech vede nascere al suo interno una forte spinta neoromantica». L’Homo technologicus, dunque, riscopre il verde. Ma il giardino, per le società e gli individui, non ha mai smesso di riassumere anche una funzione simbolica legata al sacro, l’alone mitico che scaturisce da storie ancora precedenti a quella biblica del paradiso terrestre: «È una componente ereditata dal pensiero ambientalista che poggia, anche se non sempre consapevolmente, proprio sull’idea di sacralità della natura». Allacciata al sacro e dunque inevitabilmente al potere, l’architettura del verde è sempre stata «patrimonio e magnificenza di corti e monarchi, e ancora adesso vive comunque diffusa nel potere pubblico che attraverso parchi e giardini gestisce (o dovrebbe farlo) la cura e il controllo del territorio».
"Governare un giardino è complesso quanto governare un regno”, allora, e questa frase di Hermann Hesse può ben applicarsi a un principato medioevale come allo spazio della vita domestica nel quale ciascuno di noi si sente creatore e sovrano. Per tutti questi appassionati di paradisi in terra c’è anche un festival a Verbania, che raccoglie ogni anno a settembre (siamo già alla quattordicesima edizione) migliaia di visitatori. «Il nostro territorio è ricco di ville che con i loro spazi verdi hanno cambiato il paesaggio – spiega Carmen Pedretti, una delle organizzatrici – ed essendoci qui anche una forte presenza di librerie e lettori, abbiamo unito le cose. Sta andando bene». Il festival “Editoria e giardini” da qualche anno pubblica libri in proprio e assegna borse di studio, e sempre da queste parti si tiene la mostra di camelie più antica d’Italia: «In Europa c’è una esplosione di pubblicazioni sulla materia, l’Italia è un po’ alla rincorsa», dice Pedretti, segnalando così che il pubblico è ancora una nicchia. Ma in crescita: «Fanno da traino alcune certezze, i libri di Paolo Pejrone o quelli di Stefano Mancuso per esempio, che hanno i loro lettori consolidati».
Un piccolo caso è La vita delle piante, saggio filosofico alla terza ristampa (il Mulino) che attraverso l’analisi della vita vegetale ci invita a ripensare le stesse categorie con cui l’homo sapiens tenta da sempre di spiegarsi e collocarsi nel mondo, lui vivente tra tutti gli altri esseri viventi. Lo firma Emanuele Coccia, che da Parigi, dove insegna, ricorda come il salto di “specie editoriale” sia avvenuto «quando la letteratura botanica è uscita dal recinto della classificazione e compilazione, dove era da sempre inchiodata in ubbidienza alla tradizione che da Aristotele a Darwin ha privilegiato lo studio del comportamento umano in relazione a quello animale e viceversa».
Di pari passo, sempre le scienze botaniche hanno virato in direzione di una visione meno conflittuale del vivere vegetale grazie alle scoperte di modelli collaborativi e condivisori: «È perfino ovvio che in società cariche di conflitti come le nostre il “pacifismo” delle piante diventi simbolicamente e materialmente uno specchio in cui guardarsi, un termine di paragone».
È una visione forse un filo romantica, che però segnala un tentativo di riscoperta della natura come spazio di collaborazione e non di potere: «In questo senso il fascino contemporaneo (ed editoriale) per i giardini va molto al di là del tema del benessere e della bellezza. Entra a gamba tesa nella questione dell’identità. Le piante rappresentano quello che non potremo mai essere, e il giardino è il luogo dell’opposizione uomo-natura, ma anche lo spazio della conciliazione di questi opposti, o almeno il tentativo di costruire un habitat dove coniugare natura e cultura. Mi viene in mente, come esempio plastico, il grattacielo verticale di Boeri a Milano». È uno dei problemi centrali (e irrisolti) dell’architettura novecentesca, alla ricerca di uno spazio di relazione e non di dominio dell’uomo sul mondo. Lo stesso tema che ci rimandano le immagini degli alberi devastati da maltempo e umana incuria degli scorsi giorni.
Fatto sta che, dall’ombra del giardin cortese al rigore costruttivo del giardino all’italiana, il filo di un solido immaginario resta teso fino ai giorni nostri, conservando i suoi molteplici valori simbolici. Il suo alone lirico, innanzitutto, come per Antonio Machado che chiamava il poeta un giardiniere; il suo essere luogo deputato di saggezza, come per il regista Andrej Tarkovskij che nella prima scena di Sacrificio pianta un albero come rito propiziatorio dell’umano.
«La millenaria evoluzione di aiuole e parchi significa sempre e comunque cura paziente di uno spazio finito, ma che non finisce mai di richiedere attenzione, e questa metafora di dedizione, e pacificazione, è intrinseca all’idea di patrimonio che va curato nel tempo», spiega Tosco, insistendo sul giardino come luogo di conservazione di valori. «L’identità storica, l’ecologia, l’aggregazione sociale, certo. Ma anche, tornando all’antroprocentrismo, la rimessa in discussione di ciò che siamo: non è natura pura e incontaminata, davanti alla quale ci si può meravigliare, ma non è nemmeno artificio umano totale. È una via di mezzo, che continuamente diviene assieme a chi se ne occupa. E così ci cambia».
In qualche modo lo sostiene anche Vittorio Lingiardi, che con il suo Mindscapes (Cortina, 2017) indaga le connessioni tra mente e paesaggio, quando dice che «tutti gli psicoterapeuti dovrebbero avere un giardino. Non solo per coltivare una fonte di nutrimento emotivo dal carattere non umano, ma anche per mettere alla prova le loro doti, simili a quelle del giardiniere: custodire l’imprevedibile, contemplare la varietà, praticare la pazienza». Un rapporto che scala dunque dalla padronanza sulla natura alla responsabilità verso di essa, fino a pervenire a una forma di fratellanza, come nel verso di Emily Dickinson al giardino non l’ho ancora detto, ripreso nel titolo di uno struggente diario di malattia firmato da Pia Pera (Ponte alle Grazie, 2016).
Che sia il luogo da dove “siamo stati cacciati” o quello che avremo in premio nell’aldilà, nel giardino e nella prassi quotidiana che richiede c’è allora contemplazione ma anche vertigine, quello stupore paradossale di chi trova e perde sé stesso, alla maniera di Gandhi ("chi cura un giardino, in fondo, si dimentica di sé)”. Come accade al magnifico Chance, il personaggio interpretato da Peters Sellers: per lui, oltre il giardino, c’era solo un giardino più grande.